visita oculistica

Liste d’attesa e burocrazia nella sanità: la denuncia di un papà chivassese

La segnalazione di un papà che vuole delle risposte

Liste d’attesa e burocrazia nella sanità: la denuncia di un papà chivassese

Un papà residente nel Chivassese denuncia le difficoltà incontrate nel tentativo di prenotare una visita specialistica nel sistema sanitario pubblico per la propria figlia di tre anni. La sua esperienza, raccontata con documentazione e riferimenti normativi, mette in luce non solo il problema delle liste d’attesa ma anche quello delle procedure amministrative che dovrebbero garantire ai cittadini un’alternativa quando il sistema non riesce a fornire una prestazione nei tempi previsti.

Liste d’attesa e burocrazia nella sanità

Fabio Cuscunà racconta di aver cercato di prenotare la prima visita oculistica per la figlia attraverso il portale regionale SistemaPiemonte collegato al CUP, con accesso tramite SPID. I tentativi sono stati numerosi e distribuiti su più giorni, ampliando progressivamente l’area di ricerca fino all’intero territorio regionale. «In diversi giorni abbiamo effettuato almeno una decina di ricerche, estendendo la disponibilità anche a tutto il territorio regionale. L’esito è sempre stato lo stesso: nessuna disponibilità».
Di fronte all’impossibilità di trovare un appuntamento, il papà ha deciso di attivare il cosiddetto “percorso di tutela”, previsto dall’articolo 3 del decreto legislativo 124 del 1998, che dovrebbe garantire un’alternativa quando una prestazione non può essere prenotata nei tempi previsti. Ma è proprio in questa fase che, secondo il racconto, sono emerse ulteriori difficoltà.

Il percorso di tutela, tutela veramente?

«Ed è qui che ho avuto la sensazione netta che la tutela, invece di aiutare, metta un ulteriore filtro», spiega Cuscunà. «Per inviare l’istanza ho dovuto predisporre otto allegati e impiegare circa due ore tra compilazione, stampa e firma dei moduli, scansione dei documenti, rinomina dei file e invio via email».

Tra i documenti richiesti figurano il modulo di richiesta compilato e firmato, la copia della prescrizione medica, l’informativa sul trattamento dei dati personali, le copie dei documenti di identità e delle tessere sanitarie del genitore e della bambina, oltre alla prova del tentativo di prenotazione senza disponibilità. Una procedura che, secondo il padre, appare paradossale proprio perché avviene all’interno di un sistema già digitalizzato.

«La prenotazione avviene su un portale della pubblica amministrazione con accesso tramite SPID, quindi l’identità del cittadino è già verificata», osserva. «In più la prescrizione è dematerializzata, inserita dal pediatra nel circuito del Servizio sanitario nazionale, e i relativi dati vengono già utilizzati quando si tenta la prenotazione sul CUP».
Da qui nasce la sua critica principale. «Eppure, per ottenere la tutela, al cittadino viene chiesto di ricostruire manualmente con allegati e scansioni documenti e dati che di fatto sono già dentro i sistemi pubblici o comunque acquisibili d’ufficio. Questo ha un effetto concreto: rende l’accesso alla tutela più facile per chi ha tempo, strumenti e competenze, e più difficile per chi è già in difficoltà».

Cuscunà sostiene che questa modalità operativa sia in contrasto con diversi principi normativi. Richiama, tra gli altri, la legge 241 del 1990 e il DPR 445 del 2000, che prevedono l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di acquisire d’ufficio i documenti già disponibili, evitando di richiederli nuovamente ai cittadini. A questo si aggiunge il cosiddetto principio “once only”, ribadito anche nel Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione, secondo cui le informazioni dovrebbero essere fornite una sola volta.

Il papà sottolinea inoltre che il principio è stato recentemente rafforzato nel Codice dell’amministrazione digitale con una modifica pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 19 febbraio 2026, che stabilisce in modo esplicito che le pubbliche amministrazioni non devono richiedere ai cittadini dati e informazioni già detenuti da altre amministrazioni.

Da cittadino, quindi, pone una domanda diretta sul funzionamento del sistema: «Perché, in una procedura digitale con SPID e con prescrizione dematerializzata, e a fronte di un obbligo normativo di unicità dell’invio, si chiede ancora al cittadino un pacchetto di allegati che replica dati e documenti già presenti o acquisibili d’ufficio?».

Secondo la sua ricostruzione, il processo dovrebbe essere molto più semplice e integrato: un’istanza online direttamente nel portale, dati precompilati grazie all’identità digitale e alla prescrizione dematerializzata e una certificazione automatica dell’assenza di disponibilità nel sistema di prenotazione. «Se il CUP non trova appuntamenti, lo certifica direttamente il sistema a sé stesso», osserva.

La seconda questione sollevata riguarda invece il piano più ampio delle politiche sanitarie. «Da cittadino io la vivo così: se non trovi posto nel pubblico sei già spinto verso il privato. Se anche la tutela è faticosa e dissuasiva, la spinta diventa più forte».

Secondo Cuscunà questo meccanismo rischia di produrre una crescente disuguaglianza nell’accesso alle cure. «Il risultato è che l’accesso alle cure pubbliche diventa sempre più diseguale: chi può pagare salta la coda, chi non può aspetta o rinuncia».

La sua esperienza, sottolinea, non è solo una vicenda personale ma si inserisce in un quadro più ampio che diversi osservatori del sistema sanitario stanno analizzando da tempo. «Mi sembra che questa esperienza di vita reale si inserisca in un contesto che vari osservatori descrivono con dati sulla rinuncia alle cure e sulla crescita di canali extra come l’intramoenia o il ricorso al privato».

Una segnalazione che, nelle intenzioni del padre del Chivassese, vuole aprire una riflessione più generale sull’effettivo funzionamento dei meccanismi di tutela previsti dal servizio sanitario pubblico e sul rapporto tra digitalizzazione amministrativa e accesso reale alle cure.