L’universo delle carrozze d’epoca non è solo una questione di legni pregiati e finimenti lucenti: è un intreccio di storie, etichette sociali e termini che ancora oggi popolano il nostro linguaggio quotidiano.
Lions Club, una serata dedicata a carrozze e cavalli
Ospite dei Lions Club Chivasso Host e Chivasso Duomo, rispettivamente guidati da Bruno Pasteris e Anna Anrò, l’avvocato Renato Bruzzone, esperto e collezionista, ha guidato soci ed ospiti in un viaggio dove la forza mascolina e la leggiadria femminea si fondono in un «bouquet di eleganza».
Molte espressioni che usiamo ancora oggi, ha spiegato Bruzzone, derivano direttamente dal mondo equestre. Un esempio calzante è il termine «cruscotto»: in passato, sotto la parte dove il cocchiere appoggiava i piedi (chiamata «orfanella»), c’era un vano per mettere la crusca per i cavalli, da cui il nome della moderna plancia delle auto. Anche il nostro moderno «furgone» deriva dal «fourgon», ovviamente trainato da cavalli, carro coperto usato per il trasporto di merci.
Addirittura il termine «trattoria» ha radici simili: deriva dal «praetor peregrinus» romano che, giungendo in un luogo dove aveva diritto di essere alimentato, definiva quel posto «trattoria».
Ancor più curioso è il legame con il mondo del teatro. Il celebre augurio «m**, m****, m****» rivolto agli attori nasce dal fatto che, se fuori dal teatro c’era molta sporcizia lasciata dai cavalli, significava che c’era stata molta affluenza di pubblico in carrozza.
Persino il modo di dire «rimanere al verde» arriva dalle lanterne delle carrozze: all’interno della candela c’era una molla e, quando la base della candela diventava verde, il cocchiere sapeva che stava per esaurirsi.
E persino “curriculum” ha le proprie radici in quel mondo: significa infatti piccolo carro, in cui si mettevano le proprie cose.
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Il bicchiere della staffa
Un aneddoto affascinante raccontato da Bruzzone riguarda il celebre «bicchiere della staffa». Contrariamente all’uso moderno di «ultimo brindisi», questo rito nasceva nel mondo della caccia alla volpe. Una volta che il cavaliere era già in sella (con il piede nella staffa), gli veniva offerto un bicchiere di vino, spesso Barolo Chinato, per infondergli il coraggio necessario ad affrontare salti, fossi e peripezie della caccia.
Un mondo di dettagli
Nel XIX secolo, ogni dettaglio della carrozza e del suo equipaggio comunicava lo status sociale. Il proprietario della carrozza, ad esempio, indossava solitamente un cilindro grigio, mentre il cocchiere alle sue dipendenze portava quello nero.
L’accuratezza estetica, poi, raggiungeva vette incredibili. Se la carrozza aveva linee arrotondate, anche il fiore all’occhiello del passeggero doveva avere petali arrotondati per armonia. In caso di linee nette o appuntite, il fiore doveva essere abbinato di conseguenza. All’interno di alcuni «coupé» di lusso, si trovavano persino supporti in argento per piccoli vasi di violette, un omaggio alla Duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena (nota anche come Maria Luigia di Parma).
Tuttavia, non tutto era solo bellezza. Dietro le carrozze venivano spesso montate delle barre con punte acuminate chiamate «offendicoli». Queste servivano a impedire ai ragazzini di strada di aggrapparsi alla parte posteriore del mezzo per scroccare un passaggio.
Il cavallo carrozziere, che deve muoversi con l’eleganza di una mannequin, e le sue carrozze hanno segnato l’urbanistica e il costume per millenni. Oggi, fortunatamente, questo mondo è passato dall’essere uno strumento di necessità o di guerra a un’attività ludica che continua a preservare una storia fatta di bellezza, ingegno e infiniti aneddoti.
Tra gli ospiti della serata, la Presidente di Zona Linda Usai e il presidente del Lions Club Caluso Canavese Sud-Est Enrico Gruner.