“Sono passati tre anni da quella notte maledetta del 31 agosto 2023. Tre anni da quando mio fratello, Giuseppe Aversa, e i suoi quattro colleghi sono stati travolti a 160 km/h mentre lavoravano su un binario che doveva essere protetto, e che invece si è trasformato in una trappola mortale. Oggi, nel 2026, ci ritroviamo qui a chiederci: in che Paese viviamo?».
Brandizzo, tre anni dopo: «Il silenzio della Giustizia è una seconda strage»
Inizia così il terribile sfogo di Edoardo Aversa, fratello di una delle cinque vittime della «Strage di Brandizzo», l’incidente sul lavoro più grave avvenuto in Italia negli ultimi anni.
«Nonostante i video – prosegue Edoardo – le registrazioni telefoniche e le prove schiaccianti che emersero già nei primi mesi – come quel tragico “Se vi dico treno, andate da quella parte” – la macchina della giustizia sembra essersi inceppata.
Ad oggi, non è ancora stata stabilita una data per l’inizio del processo. Le promesse fatte nei giorni dei funerali di Stato sembrano svanite insieme ai riflettori delle telecamere.
Per noi familiari, ogni giorno senza un colpevole è un giorno in cui la dignità di Giuseppe viene calpestata di nuovo.
I loro nomi non sono numeri. Dietro i fascicoli fermi in tribunale ci sono delle vite spezzate. Ci sono i volti di cinque lavoratori che non sono mai tornati a casa: Giuseppe Aversa (mio fratello) Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Saverio Giuseppe Lombardo.
Non stiamo chiedendo vendetta, ma giustizia. Una strage ferroviaria di questa portata non può finire nel dimenticatoio dei tempi burocratici. Mio fratello era lì per lavorare, per guadagnarsi da vivere onestamente, non per finire in un fascicolo impolverato in qualche Tribunale.
L’Italia non può essere un Paese che dimentica i suoi morti sul lavoro. Chiedo a gran voce che le istituzioni si sveglino e che venga data finalmente una risposta a chi, da tre anni, non dorme più aspettando la verità».