La figura di Galileo Ferraris rappresenta un punto di riferimento imprescindibile non solo per la storia della scienza, ma anche per il concetto moderno di università intesa come «palestra di innovazione» al servizio della società.
Galileo Ferraris, tra scienza e impegno
E proprio la figura dell’illustre scienziato vercellese è stata al centro della relazione che Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, introdotto da Fabrizio Di Ruscio ha «regalato» ai soci del Rotary Club di Chivasso, guidato dal presidente Claudio Geda, riuniti ai «Cacciatori» con i Lions Club Chivasso Host (presidente Bruno Pasteris) e Caluso Canavese Sud-Est (Enrico Gruner).
In apertura, Corgnati (già sindaco di Livorno Ferraris per due mandati) ha sottolineato come l’ateneo, nato dalla fusione della Scuola di Applicazione per gli Ingegneri e del Regio Museo Industriale, debba riscoprire la propria vocazione di istituzione pubblica dedicata alla crescita del sistema amministrativo e sociale.
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Un personaggio quasi romanzesco
In questo contesto, Galileo Ferraris emerge come un personaggio quasi romanzesco, uno scienziato che ha saputo unire l’eccellenza accademica a un profondo senso del dovere civico.
Nato a Livorno Piemonte (oggi Livorno Ferraris in suo onore) in una famiglia colta e di orientamento illuminista (la loro tomba è l’unica del paese con accesso dall’esterno…), Ferraris manifestò fin da giovane un talento straordinario per le materie scientifiche.
Dopo essersi laureato in ingegneria civile a Torino, intraprese una rapidissima carriera accademica che lo portò a diventare ordinario di fisica tecnica per chiara fama, diventando di fatto il fondatore dell’eleGalileo Ferraris, tra scienza e impegnottrotecnica moderna.
Il suo lavoro non si limitò alla teoria pura; egli cercò costantemente di interpretare i fenomeni fisici in chiave applicativa, ponendosi l’obiettivo ambizioso di risolvere il problema della trasmissione dell’energia elettrica su lunghe distanze.
La visione di Ferraris era intrinsecamente democratica e sociale: egli vedeva nella disponibilità dell’energia elettrica un mezzo per migliorare la vita dei cittadini e per permettere il lavoro all’interno delle case, anticipando concetti moderni come la conciliazione casa-lavoro e lo smart working.
La sua teorizzazione del trasformatore fu fondamentale per rendere l’energia sicura e accessibile a tutti, passando dall’alta alla bassa tensione.
Tuttavia, la sua scoperta più celebre rimane quella del campo magnetico rotante, che aprì la strada alla conversione dell’energia elettrica in forza meccanica attraverso il motore elettrico.
Un aspetto distintivo dell’etica di Ferraris fu la sua scelta di non brevettare mai le proprie scoperte, mosso da uno spirito estraneo agli interessi economici e desideroso di donare il proprio sapere alla comunità.
Questa posizione lo differenzia profondamente da figure come Nikola Tesla, il quale, pur avendo una straordinaria capacità di memorizzazione e costruzione prototipale, adottò un approccio più aggressivo e industriale, depositando numerosi brevetti che furono poi acquistati dalla Westinghouse.
Nonostante Tesla avesse sviluppato materialmente il motore asincrono, la comunità scientifica internazionale riconobbe ufficialmente a Ferraris la priorità della scoperta del campo magnetico rotante.
Non solo ricerca
Oltre alla ricerca, Ferraris fu un autentico «civil servant», impegnandosi attivamente nell’amministrazione pubblica come consigliere comunale e assessore a Torino e nel suo paese natale. Come assessore all’innovazione, promosse piani ambiziosi per l’illuminazione pubblica e l’elettrificazione del trasporto urbano tramite i tram. La sua integrità morale fu tale che decise di dimettersi quando i fondi per i suoi progetti furono tagliati, dimostrando una coerenza rara tra visione tecnologica e responsabilità politica.
L’eredità di Galileo Ferraris invita oggi il sistema universitario a formare leader capaci di portare l’innovazione tecnologica all’interno della pubblica amministrazione. Il suo esempio suggerisce che il progresso non debba essere limitato al solo ambito industriale, ma debba essere un dono condiviso per il miglioramento complessivo della società, trasformando le istituzioni in luoghi dove la scienza e il bene comune si incontrano armoniosamente.