Il caso

Chivasso ha un problema, e si chiama ’ndrangheta

Grazie all’Ordine dei Giornalisti, piazza della Repubblica si è trasformata in un simbolo di resistenza e solidarietà per i due cronisti aggrediti mentre svolgevano il proprio lavoro

Chivasso ha un problema, e si chiama ’ndrangheta

In un momento in cui la libertà di stampa in Italia affronta sfide sempre crescenti, nella mattinata di martedì 7 luglio piazza della Repubblica a Chivasso si è trasformata in un simbolo di resistenza e solidarietà per i due giornalisti aggrediti mentre svolgevano il proprio lavoro.

Chivasso ha un problema, e si chiama ’ndrangheta

Il presidio, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte a seguito dell’episodio di violenza del 30 giugno scorso ad opera di un famigliare di Francesco Ilacqua, l’uomo vittima di un attentato in via Paleologi, ha visto la partecipazione corale di istituzioni, colleghi e cittadini, uniti nel ribadire come l’informazione sia un pilastro inalienabile della democrazia.
Al centro dell’evento, condotto da Stefano Tallia, presidente dell’ODG del Piemonte, la figura di Federico Gottardo, giornalista di Repubblica e presidente del «Gruppo cronisti piemontesi», che, pur preferendo restare «Dall’altra parte del microfono», ha testimoniato la durezza di una professione che troppo spesso si scontra con ostacoli legislativi e pericoli fisici.
Gottardo, vittima di un’aggressione brutale mentre si trovava in vicolo San Pietro con la collega de La Stampa Caterina Stamin, pesantemente insultata, ha espresso con umiltà la propria autocritica, sottolineando di non essere stato «Abbastanza attento a evitare che succedesse questo fatto», come se questo fosse una colpa, ma ha immediatamente e giustamente spostato l’attenzione sulle criticità strutturali del giornalismo di cronaca.

Il “bavaglio” all’informazione

Secondo Gottardo, le nuove normative stanno mettendo «Il bavaglio» alla ricerca quotidiana di informazioni, dai piccoli fatti agli omicidi, rendendo sempre più arduo il lavoro di base.
Questa fragilità è stata rimarcata dal racconto di un collega, il quale ha ricordato come Gottardo sia tornato al lavoro il giorno successivo all’aggressione nonostante dieci giorni di prognosi, perché nel panorama informativo attuale «non si consente neanche un giorno di mutua».
L’intervento provvidenziale di altri colleghi presenti al momento dell’attacco ha evitato conseguenze peggiori, evidenziando quanto il giornalismo giudiziario e di «nera» sia un settore dove si rischia in solitaria.

Gli interventi

Il sindaco di Chivasso, Claudio Castello (impegnato al Tavolo Provinciale della Sicurezza, in Prefettura, con il comandante della Polizia Locale Marco Lauria), ha voluto far sentire la propria voce attraverso una lettera, definendo la libertà di informazione come una conquista inalienabile che non può essere sottomessa a «Consorterie mafiose, alle oligarchie economiche e ai potentati politici».
Il primo cittadino ha sollevato un tema politico e sociale di grande rilevanza, citando il posizionamento dell’Italia al 58° posto su 180 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa e sottolineando che «Scrivere ‘ndrangheta oggi non è solo cronaca, ma è anche risveglio delle coscienze». In quest’ottica, Castello ha annunciato di aver scritto ufficialmente al Consiglio Superiore della Magistratura per chiedere il riesame del provvedimento che esclude il Piemonte dalle aree ad alta densità mafiosa, una decisione considerata non coerente con la realtà investigativa e giudiziaria del territorio.
Castello ha poi annunciato sui social la proroga della zona rossa nella zona della Stazione di Chivasso per tutto il 2026.
Altri sindaci erano stati invati, ma le uniche rappresentanze erano quelle del Comune di Cavagnolo con il sindaco Andrea Gavazza e l’assessore Franco Zattarin, e Montanaro, con il vice sindaco Romina Merlo. In piazza, invece, numerosi consiglieri regionali e rappresentanti di Libera, mentre non si è visto nessuno delle forze di opposizione a Palazzo Santa Chiara. Peccato.

Non solo infiltrazioni

Il tema delle infiltrazioni criminali nel Nord Italia è stato ripreso con forza da Stefano Tallia, che ha denunciato la fine del mito dell’oasi felice: «Per lungo tempo abbiamo pensato di vivere in una sorta di oasi felice all’interno della quale la presenza di queste organizzazioni non c’era», ha dichiarato, aggiungendo che «Non può esserci legalità se non c’è libera informazione».
Questa visione è stata condivisa anche dalle autorità regionali presenti: Davide Nicco, presidente del Consiglio regionale, ha affermato che attaccare la libertà di espressione dei giornalisti equivale ad «Attaccare un pilastro fondamentale della nostra democrazia», mentre l’assessore Andrea Tronzano ha ribadito che la legalità deve essere un «metodo di lavoro» costante per tutte le istituzioni.
L’evento, dopo altri interventi tra cui quello di Silvia Garbarino, dell’Associazione Stampa Subalpina, della consigliera regionale Gianna Pentenero (che ha depositato un Ordine del Giorno in Consiglio Regionale che mette al centro il sostegno alla legalità e la tutela assoluta del lavoro dei giornalisti), dell’assessore Gianluca Vitale e di Federico Bellono, Segretario Generale Camera del Lavoro di Torino, si è concluso con un forte appello all’unità e alla formazione. L’amministrazione di Chivasso ha infatti proposto una convenzione con l’Ordine dei giornalisti per ospitare momenti di approfondimento sul fenomeno mafioso rivolti non solo ai cronisti, ma anche ad amministratori e cittadini.
La lotta alla criminalità organizzata, come sottolineato dagli interventi conclusivi e da Alfonso Perfetto, presidente del Consiglio Comunale, richiede un «patto civico» e un coordinamento costante tra tutte le forze sociali e politiche, superando le polemiche per concentrarsi sulla prevenzione e sul contrasto, a partire dalle scuole.
La missione del giornalismo resta quella di illuminare l’oscurità, agendo come «strumento di conoscenza» per i cittadini, che restano, come è stato ricordato, gli unici veri padroni dell’informazione.

Cari politici, la colpa non è dei giornalisti

Detto questo, pur volendo guardare al futuro senza cadere in polemiche su quanto avvenuto a Chivasso negli ultimi anni, sarebbe opportuno che le forze politiche smettessero di autoassolversi accusando i giornalisti, a ogni titolo, di soffiare sulla brace per vendere qualche copia in più.
I giornalisti raccontano quello che accade, che piaccia o no, e se è vero che un Comune non può, da solo, combattere la criminalità organizzata, potrebbe iniziare a mandare un segnale facendo attenzione alle piccole cose: vedere per l’ennesima volta una sfilza di auto praticamente parcheggiate sul sagrato della Canonica, in sfregio assoluto di ogni regola, mentre a pochi metri si parlava di legalità, no, non è stato un bello spettacolo.