«Il commento migliore è stata la sentenza». Con queste parole Paolo Peretti, padre del trentatreenne mazzediese Jacopo, ha accolto il verdetto espresso dalla Corte d’Assise di Torino nei confronti di Giovanni Zippo.
Condannato a 27 anni di carcere per la morte di Jacopo Peretti
L’ex vigilante della Securitalia è stato condannato a 27 anni di carcere per il drammatico rogo divampato la notte del 30 giugno 2025 nello stabile al civico 389 di via Nizza, a Torino. La decisione è giunta al termine di una camera di consiglio durata oltre cinque ore. I giudici hanno così stabilito una pena persino superiore rispetto ai 25 anni che erano stati sollecitati dalla Procura, rappresentata in aula dai PM Chiara Canepa ed Emilio Gatti.
All’origine del gesto folle una furiosa gelosia
All’origine del gesto folle c’era una furiosa gelosia: l’imputato non accettava la conclusione del rapporto con la sua ex amante e il fatto che lei avesse iniziato una relazione con un altro uomo. Spinto dal desiderio di vendetta, Zippo si procurò della benzina, la cosparse nell’alloggio al quinto piano e innescò una tremenda deflagrazione che sventrò quattro appartamenti. L’esplosione travolse nel sonno l’incolpevole Jacopo Peretti, sepolto dalle macerie e avvolto dalle fiamme.
Nel disastro rimase gravemente ustionato anche un bambino di dodici anni, oltre a diversi residenti feriti, mentre quindici famiglie furono costrette ad abbandonare la propria abitazione. Le complesse operazioni di spegnimento impegnarono settantatré squadre dei vigili del fuoco per sei ore.
In seguito all’esplosione, l’ex guardia giurata scappò ferita, si cambiò d’abito in auto e si presentò regolarmente al turno di lavoro. Ai familiari raccontò inizialmente di essersi bruciato friggendo le patatine, ammettendo le proprie responsabilità solo in un secondo momento e parlando in aula di un’idea sconsiderata nata dalla rabbia. Il difensore Basilio Foti ha sostenuto che l’assistito non avesse intenzione di uccidere, credendo l’abitazione vuota poiché la donna era in vacanza all’Isola d’Elba, chiedendo lo sconto di pena. Ma la Corte ha accolto l’impianto accusatorio.