Il 25 luglio ricorre l’82mo anniversario dell’ uccisione di Luigi Pistoni, detto Gino, nato a Ivrea il 25 febbraio del 1924. Cresciuto in una numerosa famiglia di piccoli commercianti profondamente religiosa, dopo gli studi giovanili presso le scuole elementari dell’Opera «Pia Moreno» delle Suore dell’Immacolata Concezione e la scuola «M. D’Azeglio» di Ivrea, frequenta il collegio salesiano «Giusto Morgando» di Cuorgnè per gli anni delle medie e, successivamente, il collegio «San Giuseppe» di Torino diretto dai Fratelli delle scuole cristiane dove si diploma ragioniere.
82° anniversario dell’uccisione di Gino Pistoni
Pratica pallacanestro e calcio e ha una grande passione per l’alpinismo (quante similitudini con San Piergiorgio Frassati); nel 1942 la sua vita ha una svolta ed entra nelle file dell’Azione Cattolica di Ivrea. Qui conosce importanti figure nella formazione della gioventù, sacerdoti e laici, che gli fanno da guida e lo assistono nella sua attività di giovane impegnato a mettere in pratica il triplice motto dell’Azione: Preghiera, Azione, Sacrificio. Gino si fa conoscere e benvolere per il suo impegno costante negli studi e nei doveri umani e cristiani, per le attività sportive e per la cura scrupolosa della propria formazione religiosa.
Inizia anche a frequentare la Società Operaia, un sodalizio laicale fondato nel corso del 1942 da Luigi Gedda. Nella preghiera che compone per l’ingresso, tra l’altro, scrive: «Ti ringrazio per avermi chiamato … a far parte dell’Azione Cattolica, e di aver dato alla mia vita, prima di allora veramente vuota, uno scopo che la rendesse degna di essere vissuta».
Nel gennaio del 1944 è chiamato di leva dai bandi della Repubblica Sociale di Salò e, dopo un brevissimo periodo di formazione e di servizio al distretto di Ivrea, nella primavera dello stesso anno, decide di abbandonare le fila dell’esercito repubblichino perché contrario ai valori che esso rappresentava. Organizza, con l’aiuto di un gruppo di partigiani, un falso assalto alla caserma dove era di stanza per dare loro la possibilità di rifornirsi di armi e munizioni e, soprattutto, per poter lasciare il presidio e raggiungere le formazioni della Resistenza che operano in quella zona. Si unisce quindi al battaglione «Caralli» della 76ª Brigata della VII Divisione Garibaldi, con il nome di battaglia di «Ginas», che opera nella zona del Mombarone.
Gira in bicicletta per i vari circoli giovanili e, come tanti altri giovani d’Azione Cattolica, avverte la necessità di servire la causa della giustizia e della libertà unendosi ai partigiani, non facendo questa scelta per passione di guerra, né per un particolare odio verso i nemici, ma solo per partecipare alla Resistenza contro gli invasori e per la difesa dei diritti delle popolazioni occupate. Fra i partigiani mantiene sempre un contegno lineare e irreprensibile, in coerenza con i suoi principi cristiani, suscitando stima e rispetto anche tra i non credenti.
L’atto di fede
Il 25 luglio 1944, nella valle di Gressoney, il suo reparto ingaggia un duro combattimento contro le truppe nazifasciste che ripiegavano dopo aver fatto saltare il ponte di Tour D’Héreraz. Nel corso della battaglia, mentre i suoi uomini cominciano ad arretrare, Gino si attarda per aiutare un milite della RSI ferito e, nel successivo conflitto a fuoco, è raggiunto da una scheggia di mortaio che gli recide l’arteria femorale. Nei pochi muniti prima di morire dissanguato compie in completa solitudine con le deboli residue forze un vero atto di fede: con le dita intrise di sangue, scrive sulla tela del suo tascapane un messaggio con il sangue che perdeva copiosamente: «Offro mia vita per Azione cattolica e per Italia, Viva Cristo Re». Il corpo senza vita viene ritrovato quattro giorni dopo dalla famiglia grazie alla segnalazione di un carabiniere che si era attivato nella ricerca del giovane disperso; acconto a lui, macchiato di sangue, trovano il «Piccolo Ufficio della Madonna»; il funerale si tiene in forma privata a causa della guerra, ma la fama della sua santità si estende subito e il suo testamento di sangue, diviene oggetto di scritti di Dirigenti d’Azione Cattolica dell’epoca.
Il cippo funebre posto nel luogo della morte, al km 3.6 della S.R. 44 della Valle di Gressoney, all’inizio di uno spiazzo sul bordo destro della strada poco dopo la galleria, così ricorda il sacrificio di Gino Pistoni: «Su queste rocce dove oggi è gioia e libertà nel tragico mattino del 25 luglio 1944 recisi dal lampo di colpi mortali reclinavano nella morte i venti anni di GINO PISTONI fedele al precetto divino che non esiste amore più grande di chi dà la vita per un amico egli donava la sua per il nemico e sull’umile sacco testimone di nobile lotta col sangue ardente scrisse ITALIA e come fuoco incise VIVA CRISTO RE».
Nel 1945 il Comune di Ivrea gli intitola lo Stadio Comunale. La Diocesi di Ivrea nel 1951 acquista e gli dedica una casa alpina a Gressoney Saint-Jean dedicò. La struttura è tuttora in funzione come centro di formazione e ricreazione per giovani e famiglie.
Nel 1994 il vescovo di Ivrea Monsignor Luigi Bettazzi avvia la causa di beatificazione che, oltre ai tratti eroici del suo ultimo sacrificio, pone particolare attenzione sulla volontà del giovane di partecipare alla lotta di liberazione con un’azione non violenta e senza impugnare le armi contro il nemico.
Claudio Borio
(già Professore a Contratto
del Dipartimento di Lingue
e Letterature Straniere e Culture Moderne – Università degli Studi di Torino)