L'analisi

Illusione fiscale: a Chivasso il 95,7% delle tasse è invisibile

«Illusione fiscale»: un meccanismo che rende «invisibili» gran parte delle imposte che versiamo quotidianamente

Illusione fiscale: a Chivasso il 95,7% delle tasse è invisibile

Esiste una pressione fiscale che si percepisce a ogni scadenza, quando ci si trova a dover compilare un modulo F24 o a staccare un assegno per lo Stato, ed esiste un prelievo sotterraneo, costante e quasi impercettibile, che svuota le tasche dei cittadini senza che quasi ce ne se accorga. È il fenomeno che un recente studio nazionale chiama «illusione fiscale»: un meccanismo che rende «invisibili» gran parte delle imposte che versiamo quotidianamente. Non passano attraverso bollettini o scadenze, ma vengono trattenute direttamente alla fonte – in busta paga – o applicate nell’istante stesso in cui facciamo la spesa o un pieno di carburante.

Illusione fiscale: a Chivasso il 95,7% delle tasse è invisibile

Adattando i dati del report nazionale della CGIA di Mestre al profilo dei contribuenti di Chivasso – dove la stragrande maggioranza dei redditi proviene da lavoro dipendente o da pensione – emerge che l’incidenza delle tasse invisibili sfiora il 95,7% del prelievo totale.
Per una famiglia media del territorio chivassese, il carico complessivo tra imposte dirette, indirette e contributi sfiora i 20.500 euro all’anno. Di questi, ben 19.700 euro sono totalmente invisibili, ovvero: trattenute IRPEF; IVA applicata automaticamente alla cassa del supermercato; accise sui carburanti alla pompa di benzina; imposte sulle utenze domestiche.
A Chivasso, un lavoratore con un reddito medio di 25.000 euro si vede trattenere alla fonte tra i 600 e i 700 euro all’anno di sola addizionale, senza dover mai effettuare un versamento manuale.
Il confronto con le altre zone
L’incidenza delle tasse invisibili a Chivasso risulta strutturalmente più alta rispetto ad altre zone del Piemonte. Il motivo è strettamente legato alla composizione sociale ed economica della città, caratterizzata da un’elevata concentrazione di dipendenti e pensionati. In province o aree a diversa vocazione economica – come le realtà di Cuneo o dell’Astigiano, dove il tessuto produttivo è maggiormente orientato al terziario, al commercio e all’agricoltura – la percentuale di lavoratori autonomi è più elevata, spostando il bilanciamento verso forme di versamento diretto.
La differenza con le Partite Iva
Cruciale, inoltre, anche la discrepanza con i lavoratori autonomi, che versano di persona la gran parte del proprio carico fiscale e percepiscono maggiormente il peso delle tasse. «Non stupisce, quindi, che tra le partite Iva ci sia un’insofferenza verso le tasse ben più marcata rispetto a quella dei dipendenti, che in talune circostanze induce alcune categorie a praticare forme di sotto-dichiarazione molto diffuse», si legge nello studio pubblicato nelle scorse settimane dalla Cgia di Mestre. Questo «non per disinteresse verso il fenomeno, ma per come è costruito il sistema fiscale». «Il meccanismo del sostituto d’imposta anestetizza la consapevolezza fiscale: lo Stato incassa, il datore di lavoro trattiene, e il dipendente non vede mai concretamente un euro delle proprie tasse. Il lavoratore autonomo, versando di persona imposte e contributi, percepisce invece più direttamente il peso fiscale – scrive la Cgia -. Tuttavia, pur “sentendo” maggiormente il carico tributario, spesso anche le partite Iva non hanno chiara la cifra esatta di tasse che versano ogni anno».
Un report che, conti alla mano, dimostra come milioni di lavoratori dipendenti non abbiano minimamente contezza di quante tasse paghino durante l’anno.