Il caso

Askatasuna, il centro destra punta il dito contro Debernardi

I consiglieri denunciano con forza una responsabilità politica precisa: "Doppiezza istituzionale di chi legittima l’illegalità"

Askatasuna, il centro destra punta il dito contro Debernardi

Clara Marta, capogruppo di Fi, Emanuela Tappero, consigliera di Fi, Matteo Doria, capogruppo di «Amo Chivasso e le sue frazioni», Enzo Falbo, capogruppo di Fratelli d’Italia, e Bruno Prestia, capogruppo della civica «Per Chivasso» prendono una netta posizione su quanto accaduto a Torino durante il corteo per Askatasuna. Definiscono quanto accaduto a Torino non come un incidente né un eccesso, ma un fatto premeditato.

Askatasuna, il centro destra punta il dito contro Debernardi

Senza peli sulla lingua sbottano: «Da giorni era noto il rischio di scontri violenti: segnalazioni, sequestri di armi, allerta delle forze dell’ordine. Nonostante questo, si è scelto di legittimare politicamente una manifestazione che si muove dentro una cornice ideologica precisa: quella di un centro sociale che da oltre trent’anni occupa abusivamente un immobile, senza pagare un euro di affitto, e che nel tempo ha ospitato e protetto gruppi che non vogliono riformare lo Stato, ma delegittimarlo e colpirlo».

Dicono chiaramente che Askatasuna non è un “luogo di socialità”: «E’ diventato un simbolo di tolleranza verso l’illegalità, mascherata da attivismo. Cambiano le cause – Palestina, lotta al governo, diritti sociali, No Tav – ma il metodo resta sempre lo stesso: scontro, tensione, odio verso le istituzioni e le forze dell’ordine».

“Chi partecipa non è neutrale”

Una frecciatina contro chi partecipa: «Chi partecipa consapevolmente a manifestazioni annunciate come “ad alto rischio di violenza” non è neutrale: si assume una responsabilità politica piena. Non esiste un “sì, condanno… però”. Quel “però” è già una giustificazione. Quando i fatti diventano bombe carta, incendi, aggressioni e guerriglia urbana, le parole smettono di essere opinioni e diventano alibi».
Il discorso scivola immancabilmente su Chivasso: «Non stiamo parlando di Torino come se fosse un mondo a parte. Quanto accaduto lì riguarda anche noi. Perché dinamiche come ambiguità, giustificazionismo e tolleranza verso l’illegalità esistono anche a Chivasso».
I consiglieri entrano nel merito: «Qui una parte della maggioranza, e in particolare un Assessore, Fabrizio Debernardi, ha partecipato consapevole della violenza che sarebbe scaturita, alla manifestazione rendendosi complice, ha espresso pubblicamente posizioni che spostano la responsabilità dallo Stato a chi pratica violenza e illegalità, arrivando di fatto a normalizzare l’occupazione abusiva.

Dire che “lo Stato avrebbe dovuto lasciare l’immobile a disposizione” per giustificare quanto accaduto significa questo: non condannare l’occupazione, ma contestare lo Stato perché prova a far rispettare le regole. È un rovesciamento pericoloso: il problema non sarebbe chi occupa abusivamente da trent’anni, ma lo Stato che interviene. È così che si legittima la filiera del disordine: si condanna la violenza a parole, ma si giustifica la premessa che la rende possibile».

“Contraddizione politica e morale”

Proseguono: «C’è poi un elemento che racconta bene la contraddizione politica e morale. Parliamo dello stesso Assessore che, in Consiglio Comunale, quando Forza Italia (ndr: Marta Clara ed Emanuela Tappero) chiese un minuto di silenzio dopo la morte del presidente Silvio Berlusconi, si alzò indignato prendendo platealmente le distanze.
È lo stesso Assessore che oggi sceglie di sfilare e legittimare un contesto che ruota attorno a realtà abusivamente occupate da trent’anni e a piazze in cui la violenza era annunciata.
Questa non è coerenza. È doppia morale. Ed è incompatibile con il senso di responsabilità che dovrebbe avere chi rappresenta le istituzioni.
Se passa l’idea che l’illegalità sia tollerabile quando la causa “sembra giusta”, allora la legge diventa facoltativa. Con questa logica, ognuno può decidere quali regole rispettare. Ma uno Stato non regge così. E una città non può essere governata così».

“Si confonde la libertà con la prepotenza”

Alzano l’asticella: «E mentre qualcuno si sente “partigiano coraggioso”, la realtà è tutt’altra. Si confonde la libertà con la prepotenza, né la giustizia con l’intimidazione. Oggi non è più tempo di ambiguità. Chi ha ruoli pubblici non può dire “condanno” e poi rendere tutto accettabile. La domanda politica è una sola: “state dalla parte dello Stato di diritto, delle regole e di chi garantisce sicurezza e libertà”?

Oppure “state dalla parte di chi giustifica l’illegalità, legittima l’occupazione abusiva e finisce per coprire la violenza politica”?
Perché la violenza non nasce nel vuoto: è figlia di un clima. E quel clima si alimenta quando chi dovrebbe dare esempio istituzionale sceglie di ammiccare, minimizzare, giustificare, normalizzare».
Concludono: «La retorica delle “buone cause” non cancella i fatti. E le istituzioni non possono essere indulgenti con chi attacca le istituzioni. La politica, se vuole essere credibile, deve avere la schiena dritta: condannare davvero, non a metà. E dire chiaramente da che parte sta».

Non è difficile immaginare che questa loro persa di posizione contro Debernardi avrà degli strascichi politici che presumibilmente faranno da sfondo nel prossimo consiglio comunale.
Per dovere di cronaca va detto che Debernardi sui social ha rivendicato la sua partecipazione al corteo ma ha preso le distanze dalla violenza in cui è sfociato.