Dormitorio

Chivasso non è una città solidale: “Pensano ai primi, non agli ultimi”

Durante le feste solo Lina Borghesio e i suoi volontari si stanno occupando di chi non ha nulla. I chivassesi senza casa sono una trentina

Chivasso non è una città solidale: “Pensano ai primi, non agli ultimi”

“Se Chivasso vuole essere davvero una città inclusiva deve pensare agli ultimi, non ai “primi”, a quelli che spendono nei negozi di via Torino ammirando il campanile illuminato”. Lina Borghesio, volto dell’associazione Punto a Capo di Chivasso, anche quest’anno ha trascorso il Natale, con i volontari sempre al suo fianco, accanto a chi altrimenti non avrebbe avuto nemmeno un piatto caldo.

Chivasso non è una città solidale: “Pensano ai primi, non agli ultimi”

Quindici pasti, almeno, al giorno, dalla Vigilia di Natale all’Epifania, quindici “persone” di ogni età che hanno potuto contare e conteranno ancora su di un luogo accogliente e sicuro. Un luogo diventato punto di riferimento anche per gli amministratori e i Servizi Sociali ma per cui il Comune “ha il coraggio” di far pagare 700 euro di Tari… Ma questa è un’altra storia.

Non c’è altro se non “La casa di via domani”, a Chivasso, per chi non ha nulla, e presto, con la chiusura del dormitorio comunale prevista per il 30 dicembre, ci sarà anche un problema ben più grave, ovvero dove questi uomini (le donne possono contare – ancora – su Lina Borghesio, ma per la politica è come se non esistessero) trascorreranno la notte.

La chiusura del dormitorio

Il sindaco Claudio Castello, in uno dei suoi interventi sul tema, ha detto che “Chivasso non può farsi carico dei senzatetto che arrivano in Città da altri paesi”, ma ad oggi i sette uomini che dormono in via Nino Costa (e forse questo a Castello è sfuggito, o non gli è stato riferito) sono tutti chivassesi con storie diverse e complesse alle spalle.

E sette è un numero “relativo”, dato che i chivassesi “in mezzo a una strada” sono quasi una trentina.

Dove andranno? Sulle panche e nei corridoi del Pronto Soccorso, e dove se no, esattamente come dieci anni fa, quando la situazione fuori controllo aveva spinto l’amministrazione Ciuffreda, in concerto con l’Asl, ad aprire il dormitorio.

Poi qualcosa si è rotto, l’Asl ha smesso di pagare e il Comune (con cui nessuno pare voglia collaborare, né la Caritas né altri enti) ha visto nel dormitorio una spesa superflua. Meglio investire in altro di più redditizio, dal punto di vista del consenso elettorale.

Nessun passo indietro e nessun commento

Nei giorni scorsi il popolo del dormitorio ha incontrato l’assessore al welfare, Cristina Varetto, ma non ci sono stati passi indietro da parte della Giunta o, a quanto risulta, soluzioni alternative alla chiusura.

Da parte dell’amministrazione comunale nessuna dichiarazione, nessun commento, anche da parte di chi (da sempre) sui social dice la sua su ogni argomento dello scibile umano.

A questo punto non resta che attendere le 6,50 del 30 dicembre, quando le porte si chiuderanno per l’ultima volta alle spalle di chi nel dormitorio aveva trovato un tetto.

Da quel momento, saranno tutti affari loro.