Il caso

Concorso «dei parenti», il sindaco ora vuole dare la colpa ai dipendenti

L’affondo di Riva Cambrino: «Ma quale fuga di notizie. Basta che l'interessato lo dica a un amico, che chieda un permesso, che ne parli a cena. In una città come la nostra non esistono sei gradi di separazione: ce n'è uno, forse due»

Concorso «dei parenti», il sindaco ora vuole dare la colpa ai dipendenti

«Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione».
Che la storia del «concorso dei parenti» non sarebbe finita bene lo avevamo capito tutti, ma nessuno avrebbe immaginato le successive mosse in grado di trasformare, come nella migliore tradizione, una tragedia in farsa.

Concorso «dei parenti», il sindaco ora vuole dare la colpa ai dipendenti

Il punto di partenza è il noto «Concorso pubblico per esami per la copertura di quattro posti di istruttore amministrativo – contabile» indetto lo scorso 16 luglio (scadenza 15 agosto) dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Claudio Castello per portare nuova linfa al settore «Polizia municipale e protezione civile, servizi demografici, elettorale e SUP – servizi demografici ed elettorali e sportello unico polivalente». Che manchi personale non è un segreto, soprattutto in vista delle prossime amministrative, e la speranza era davvero quella di trovare qualcuno di valido tra i cinquecento e più candidati provenienti da tutta Italia.
Poi, dopo la Fiera del Beato Angelo Carletti, la notizia bomba che ha scatenato a Palazzo Santa Chiara quello che è stato definito come un «terremoto» dagli effetti mai visti nella storia recente: tra i candidati, un paio sono legati con strettissimi vincoli di parentela sia al sindaco che a un suo assessore.

Il documento “sparito”

Dopo una settimana di «smarrimento», tra dipendenti visti vagare in lacrime tra gli uffici e ad altri che hanno deciso di mettersi in ferie, all’Albo Pretorio è apparsa la classica toppa peggio del buco: «La prova scritta già prevista per venerdì 25 settembre 2026 ore 9.30, presso il PalaLancia, via Favorita, 120 – Chivasso, su disposizione dell’Amministrazione Comunale, è rinviata a data da destinarsi in conformità a quanto previsto dal bando di concorso, che riserva all’Ente la facoltà di modificare il diario delle prove».
A seguire una nuova bufera, dato che in realtà non vi era quasi nessuno, tra assessori e consiglieri, a conoscenza della mossa che ha avuto come effetto collaterale la rabbia delle cinquecento persone già pronte ad arrivare a Chivasso per la prima prova. I ben informati parlano di scontri anche molto accesi (con un certo imbarazzo anche a livello di Partito Democratico), sia sul rinvio che sulla determina con cui sempre Palazzo Santa Chiara ha stanziato 4 mila 377 euro e 36 centesimi per «assistenza stragiudiziale» in merito alla risposta che durante il Consiglio dell’8 ottobre si dovrà dare all’interrogazione sul tema presentata da Claudia Buo, lasciando intendere (nemmeno troppo velatamente) possibili risvolti giudiziari. Una vera e propria «caccia all’uomo», volta a stanare chi avrebbe spifferato i nomi ai giornali.

L’affondo di Riva Cambrino

Su questo dobbiamo però dare ragione a Marco Riva Cambrino, di Autonomia Socialista, quando scrive che «Tra due spiegazioni, la più semplice è di solito quella giusta. Per sapere che qualcuno è iscritto a un concorso non occorre una talpa infiltrata negli uffici. Basta che l’interessato lo dica a un amico, che chieda un permesso, che ne parli a cena. In una città come la nostra non esistono sei gradi di separazione: ce n’è uno, forse due. La notizia non è “fuggita” da una stanza chiusa a chiave; è circolata, come circola tutto dove ci si conosce. Costruire, al posto di questa ovvietà, la figura del nemico interno da denunciare non è un atto d’indagine: è il riflesso di chi teme la libera circolazione delle informazioni più di quanto tema di apparire in imbarazzo».
Tutto finito? Nemmeno per sogno, dato che in data 21 settembre dall’Albo Pretorio è sparito il documento sul rinvio del concorso «su disposizione dell’Amministrazione Comunale», sostituito da un avviso che giustifica lo slittamento delle prove «a data da destinarsi» a causa della «Mancata nomina dei membri della Commissione esaminatrice». Bene, chiunque abbia anche solo la minima idea di come funziona un Comune sa perfettamente che la Commissione può essere nominata anche solo il giorno prima del Concorso, e quindi questa mossa sembra essere solo l’ennesimo (disperato) tentativo di muovere le acque per non dover arrivare a subire le conseguenze di una storia nata male e finita peggio.
Prosegue Riva Cambrino: «C’è, va detto con onestà, un punto serio: i dati personali dei candidati vanno tutelati, e il Comune ne è responsabile. Ma si può proteggere la riservatezza senza trasformare la vicenda in una caccia all’uomo, e senza che la domanda di partenza – perché quei rinvii, perché quel silenzio – resti senza risposta. Spostare il faro da chi ha gestito il concorso a chi lo ha reso pubblico non chiude la questione: la conferma. La parola stessa, “dipendente infedele”, dice più di quanto vorrebbe. Presuppone che la fedeltà si debba al segreto dell’amministrazione, e non alla trasparenza verso i cittadini. È esattamente il rovesciamento che dovrebbe preoccuparci. Un incarico pubblico è un mandato tenuto per conto d’altri e restituito alla fine: la res publica, la cosa di tutti, non diventa mai la cosa di chi la governa pro tempore. Allora la domanda, ai nostri amministratori, è una sola, e la lascio a loro e ai lettori: vi sentite cittadini chiamati temporaneamente a un ruolo pubblico, nell’interesse della collettività, o padroni della città infastiditi da chi osa raccontarla? Perché la trasparenza non è un reato da perseguire. È il primo dovere di chi serve – e la prima cosa che teme chi si serve».