Ci sono divise che si svestono e altre che rimangono cucite addosso, come una seconda pelle, anche quando si smette di lavorare. Per Romano Mautino (nella foto), il 27 gennaio 1997 non ha segnato semplicemente l’inizio di un impiego, ma l’abbraccio a una vocazione. Oggi, dopo trent’anni dedicati allo Stato e, soprattutto, al prossimo, Mautino è ufficialmente un vigile del fuoco in pensione. Ma solo per l’Inps.
La scelta del 1993 e i primi passi nel Corpo
La sua storia con il Corpo nasce da una scelta radicale. È il 1993 quando Mautino decide di lasciare un posto di lavoro sicuro e ben retribuito per inseguire un sogno. L’allora amico e collega volontario del Gva, realtà guidata all’epoca da Bruno Rosa e di cui oggi lo stesso Mautino è colonna portante, Igor Battistutta, ausiliario nei vigili del fuoco, accende in lui la scintilla. Quella fiamma non si è più spenta.
Da quel momento, l’obiettivo diventa uno solo: indossare quella divisa. Mautino si rimbocca le maniche, affronta le selezioni e il 27 gennaio 1997 taglia il traguardo. L’iter formativo inizia a Castelnuovo di Porto, per poi approdare al Comando di Torino, nella sede centrale di corso Regina Margherita, con la qualifica di autista.
Trent’anni di carriera: dall’alluvione del ’94 a Livorno Ferraris
Una carriera lunga, intensa, che affonda le radici nel volontariato durante i giorni drammatici dell’alluvione del 1994, vissuti fianco a fianco con i colleghi del Gva. Pochi mesi dopo, nell’aprile del ’95, assiste all’apertura del distaccamento permanente dei Vigili del Fuoco a Verolengo. Poi, la carriera operativa vera e propria: nove anni e mezzo in corso Regina Margherita, seguiti da dieci anni a Torino Stura, periodo che Mautino definisce senza esitazione come «i più belli della carriera». Gli ultimi undici anni li ha trascorsi al Comando Provinciale di Vercelli, di cui otto trascorsi sul campo come Caposquadra al distaccamento di Livorno Ferraris e tre nella sede centrale. Dal 2018 infatti era coordinatore del distaccamento di Livorno Ferraris.
L’emozione dell’addio e il tributo con il picchetto e le sirene
L’addio, arrivato venerdì scorso, è stato un carico di emozioni difficili da arginare. Gli ultimi giorni di servizio sono stati segnati da pensieri profondi, ricordi e lacrime. Commozione che è esplosa nel giorno del saluto ufficiale, quando l’intera caserma ha voluto onorarlo con il picchetto e le sirene, un tributo riservato a chi ha scritto pagine importanti della storia del distaccamento. Di fronte a tanto rispetto da parte dei colleghi, Mautino non è riuscito a trattenere l’emozione, tradendo negli occhi la difficoltà di lasciare quel Corpo servito senza sosta.
La filosofia del soccorso: «Vincere la paura e lottare per la squadra»
Un lavoro pericoloso, certo, dove la paura non è un tabù, ma uno strumento di sopravvivenza. «Il pompiere vive con la paura – confessa Mautino – perché solo così è in grado di valutare il pericolo, calcolarlo e affrontarlo». Una filosofia di vita che si riflette nel concetto di squadra, vera e propria famiglia allargata. «Come diceva sempre un mio comandante: “Dentro io, dentro tutti. Fuori io, fuori tutti”. Non si pensa mai solo a se stessi, ma al gruppo. Per la squadra bisogna lottare».
È questo l’eredità morale che Romano Mautino vuole trasmettere alle nuove generazioni che si avvicinano al Corpo. Il suo è un monito chiaro, che non smetterà mai di ripetere: «Se si vuole diventare vigili del fuoco, bisogna esserne convinti. Non è un mestiere, è una vera e propria professione che si fa solamente se si ha passione. Altrimenti, cessa lo scopo. Non è un lavoro che si fa solo per lo stipendio a fine mese o per la pensione sicura a 60 anni. Lo si fa perché lo si sente nel cuore».
Il ricordo più caro: l’abbraccio in stazione a Chivasso
Oggi, ripercorrendo trent’anni di interventi, notti in bianco e sirene dispiegate, c’è un’immagine, intima e potente, che Mautino custodisce sopra ogni altra. Non un incendio spento o una vita salvata, ma l’essenza stessa del motivo per cui si torna a casa: «Il momento più bello? La prima volta che sono tornato a casa da Roma, dopo il corso. Ero appena arrivato in treno alla stazione di Chivasso. Lì, ad aspettarmi, c’erano mia moglie e mia figlia Greta. Lei indossava una tutina rossa, batteva forte le manine contro i vetri e urlava “Papà!”. Ecco, questo è il momento più bello, quello che non dimenticherò mai».
Il futuro tra la presidenza del Gva e l’impegno civico
Ora per Mautino si apre un nuovo percorso, sempre al servizio del prossimo. Il primo come presidente del Gva, realtà in cui crede profondamente. Il secondo, l’amministrazione pubblica. Nonostante il lavoro impegnativo, è già stato consigliere delegato alla sicurezza per cinque anni. Oggi, anche se non siede più in Consiglio, continuerà a dare un supporto, ancora maggiore, alla capogruppo di minoranza Daniela Caminotto in vista delle prossime amministrative, dove sarà presente, ancora una volta, per la sua Verolengo.