L'incontro

Al Rotary le “voci dal fronte” con Martina Marchiò

Dall'Afghanistan alla Striscia di Gaza, la toccante testimonianza di Martina Marchiò, infermiera di Medici Senza Frontiere

Al Rotary le “voci dal fronte” con Martina Marchiò

In un mondo dove l’attenzione mediatica spesso si sposta rapidamente, la voce di chi opera sul campo diventa l’unico ponte verso verità scomode e realtà dimenticate. Martina Marchiò, infermiera di Medici Senza Frontiere (MSF) da quasi nove anni, nella serata di giovedì ha condiviso la sua esperienza in due dei teatri di crisi più complessi del nostro tempo, l’Afghanistan e la Striscia di Gaza, parlando ai soci del Rotary Club di Chivasso guidato da Claudio Geda.

Al Rotary le “voci dal fronte” con Martina Marchiò

Tornata da poco da una missione nell’est dell’Afghanistan, Martina Marchiò ha raccontato l’impegno di MSF nel rispondere al devastante terremoto del 31 agosto 2025, che ha causato oltre 2 mila morti e lasciato circa 22 mila persone senza casa. In questo contesto, lacerato da vent’anni di guerra, l’organizzazione si è concentrata sulla salute primaria delle donne.

L’accesso alle cure per la popolazione femminile è oggi a grave rischio: le donne non possono studiare oltre la seconda elementare e, per legge, un medico uomo non può curare o toccare una donna. Questa restrizione crea un paradosso drammatico: se mancano infermiere e ostetriche, le donne restano senza assistenza vitale. MSF lavora per garantire luoghi sicuri dove le pazienti possano essere accolte e curate da professioniste donne, sostenendo al contempo ospedali pediatrici e neonatologici che assistono migliaia di parti ogni mese.

La Striscia di Gaza

Il racconto si sposta poi sulla Striscia di Gaza, dove Marchiò ha operato tra aprile e giugno 2025. La situazione descritta è quella di un «genocidio sanitario»: dei 36 ospedali originari, quasi nessuno è rimasto integro, e il sistema sanitario continua a collassare sotto attacchi che non risparmiano operatori umanitari e giornalisti.
Oltre ai bombardamenti, la popolazione affronta minacce invisibili ma altrettanto letali. Marchiò riferisce di 11 neonati morti di freddo e ipotermia nelle tende, l’ultimo dei quali aveva solo 12 giorni. I medici hanno coniugato il termine «West Syndrome» per descrivere le condizioni di vita disperate dei bambini nelle tende sulla spiaggia, esposti a vento, mareggiate e piogge incessanti.

Uno dei punti più crudi della testimonianza riguarda la fame. A differenza di altri contesti colpiti da catastrofi naturali, a Gaza la carestia è descritta come una scelta deliberata e sistematica. Marchiò riferisce che, mentre la popolazione muore di stenti e i bambini arrivano negli ambulatori in lacrime per la fame, i camion carichi di aiuti umanitari restano bloccati al valico di Kerem Shalom, appena oltre la frontiera.
Israele esercita un controllo totale sui confini (terra, aria e mare) e decide cosa e chi può entrare, colpendo spesso anche le infrastrutture necessarie alla produzione di cibo, come forni e barche di pescatori.

Lavorare tra le macerie e la speranza

Marchiò ha vissuto sulla propria pelle il pericolo costante, rimanendo bloccata per 17 ore dopo che una bomba ha colpito l’edificio in cui si trovava. Nonostante l’orrore, ha scelto di concludere con un messaggio di resilienza, raccontando la storia di Nur, una bambina di 8 anni gravemente ferita alle gambe. Dopo settimane di dolore e fisioterapia, Nur è riuscita a muovere di nuovo i primi passi, diventando il simbolo della forza e della determinazione del popolo palestinese nel voler continuare a lottare per la vita.

Il pilastro fondamentale di Medici Senza Frontiere, oltre alla cura, è la testimonianza (denuncia). Per questo Marchiò ha sottolineato che il silenzio è complice, invitando la società civile a mantenere alta l’attenzione, a supportare le organizzazioni umanitarie e a diventare «parola e corpo» per chi si trova al di là del muro.

Come ricordato a margine dell’incontro da Libero Ciuffreda, ex sindaco di Chivasso, la solidarietà non deve essere un concetto astratto: l’apertura di corridoi sanitari per portare i feriti in Italia rappresenta un passo concreto che richiede l’impegno di istituzioni e comunità locali per non restare indifferenti di fronte a quella che viene definita una delle più grandi crisi umane del nostro secolo.