Un mazzo di gigli bianchi, accompagnato da un nastro dorato con scritto «La tua piccolina», e ancora un cuscino di rose rosse e ginestre bianche portato dalla famiglia.
Un loculo anonimo, nell’ala nuova, che i custodi non possono nemmeno indicare: «Abbiamo avuto indicazioni precise, non possiamo dire nulla. Cercatelo da soli». Una situazione assurda quanto incomprensibile, dato che sulla lapide il nome c’è e il cimitero di Chivasso non è certo enorme…
Belfiore, funerali blindati e una tomba… segreta
Martedì mattina, all’alba, una quarantina di persone osservate a distanza dai Carabinieri (era pronto ad intervenire un blindato del 1° Reggimento Piemonte, fermo davanti alla Caserma di via XXIV Maggio) ha varcato i cancelli del cimitero di Chivasso per i funerali di Domenico Belfiore, 74 anni, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del Giudice Bruno Caccia.
Si trovava ai domiciliari dal 2015, per motivi di salute, in una casa di via Ivrea il cui indirizzo era sempre stato mantenuto segreto per motivi di sicurezza.
La decisione del Questore
I manifesti ancora affissi sui muri di Chivasso annunciavano la funzione per il pomeriggio, ai Cappuccini, ma lunedì il Questore di Torino Massimo Gambino con un provvedimento d’urgenza ha posto fine alle numerose polemiche degli ultimi giorni sul concedere o meno i funerali in chiesa ad un uomo che non si era mai pentito, e anzi ripeteva di aver scontato decenni in carcere da innocente. Sul tema era intervenuto anche don Luigi Ciotti (che con Libera gestisce «Cascina Caccia», a San Sebastiano da Po, nella casa che fu proprio della famiglia Belfiore), criticando fortemente la scelta: «Una ferita ai parenti delle vittime», e ancora «Un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i Santi».
Il delitto Caccia
Mai condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, Domenico Belfiore era comunque considerato un esponente di spicco della ‘ndrangheta, e c’è chi ricorda che tutti, nelle sue apparizioni in aula a Torino o Milano, si avvicinavano a lui quasi con «devozione», chiamandolo «dottore».
Secondo la Giustizia, invece, era stato lui nel 1983 a volere la morte del giudice torinese Caccia, «colpevole» di aver avviato una serie di indagini sul traffico di stupefacenti e sulla criminalità organizzata, dopo aver combattuto le Brigate Rosse.
Secondo il pentito Domenico Agresta, la decisione di ucciderlo avvenne per aver respinto i boss della ‘ndrangheta che avevano cercato di avvicinarlo: «Erano entrati nel suo ufficio senza prendere un appuntamento. Ma lui gli aveva sbattuto la porta in faccia, li aveva cacciati in malo modo. Placido Barresi (considerato il braccio armato di Domenico Belfiore, di cui era anche cognato ndr) me lo raccontò in carcere: la cosa che più lo faceva arrabbiare era proprio questo, che lui non li avesse neppure fatti parlare. Per questo decisero di ucciderlo, mi disse che avevano deciso il cognato Mimmo e Ciccio M. che all’epoca comandavano».
La svolta nelle indagini arrivò nel luglio del 1984, quando il boss catanese di Cosa Nostra a Torino, Francesco Miano, decise di collaborare con gli inquirenti e raccolse le confidenze in carcere di Domenico Belfiore, per un totale di 36 conversazioni registrate. In dieci anni furono ben cinque i processi per la morte di Caccia, processi conclusi nel 1995 con la condanna all’ergastolo di Belfiore, appunto come mandante.
Nel 2015 (anno dei domiciliari di Belfiore) l’arresto del panettiere di Torrazza Rocco Schirripa: considerato esecutore materiale dell’agguato, è stato condannato all’ergastolo.