il caso

E’ giallo, il test del DNA conferma che la bimba non è sua figlia: denunciato 55enne

In paese in pochissimi l’avevano vista, il parroco racconta di averla conosciuta in parrocchia

E’ giallo, il test del DNA conferma che la bimba non è sua figlia: denunciato 55enne

Il caso era già stato sollevato dal nostro giornale lo scorso luglio. Oggi, l’esito dell’esame del Dna lo conferma: non è sua figlia. Si aggiunge così un inquietante tassello a una vicenda che, come detto, aveva già scosso profondamente il Chivassese la scorsa estate. L’uomo, un 55enne che viveva con la bambina in un’abitazione di Casabianca, frazione di Verolengo, non è il suo papà biologico ed è stato denunciato. Un dettaglio che apre un indagine su questa «famiglia»: chi sono i genitori della piccola? Com’è arrivata nelle mani di questo 55enne? Dove si trovano i genitori biologici?

Il test del DNA conferma che la bimba non è sua figlia

Il fatto, come detto, risale a luglio 2025, quando la piccola aveva circa un anno. A far scattare l’intervento era stato un controllo della Polizia giudiziaria su disposizione della Procura di Ivrea. Entrati nell’abitazione, gli agenti si erano trovati di fronte a condizioni igieniche precarie e a una situazione di forte isolamento. L’uomo presente in casa si era subito dichiarato il padre della bambina, ma l’assenza di documentazione certa e, soprattutto, la mancanza della madre, presumibilmente di origini dell’Est Europa, avevano spinto gli inquirenti ad approfondire.

Il test del Dna, disposto per chiarire ogni dubbio, ha ora fornito una risposta netta: tra i due non esiste alcun legame di parentela. L’esito cambia radicalmente lo scenario. Se inizialmente si era parlato di una situazione familiare problematica, oggi si aprono interrogativi ben più gravi. Gli investigatori non escludono alcuna pista: dal traffico di minori alla sostituzione di persona, fino all’ipotesi di un affidamento informale e irregolare. La magistratura eporediese sta scavando nel passato dell’uomo, ricostruendo contatti e spostamenti, anche oltreconfine, nel tentativo di risalire alla vera identità della bambina e rintracciarne la madre.

Nel frattempo, la rete di protezione sociale si è attivata immediatamente. La minore era già stata affidata al CISS di Chivasso, che aveva provveduto a collocarla in una struttura protetta e idonea ad accoglierla. Per lei si era aperto un percorso di tutela che dovrà garantire sicurezza e stabilità, mentre le indagini proseguono nel massimo riserbo.

Le parole della frazione

A Casabianca restano lo sgomento e le domande. In una frazione dove tutti pensavano di conoscersi, emerge ora uno scenario inatteso e complesso. E mentre la giustizia cerca di fare piena luce su quanto accaduto, al centro della vicenda rimane una bambina di quasi due anni, la cui storia è ancora tutta da ricostruire.

Coloro che abitano in frazione, che conoscono sin da bambino colui che si presentava come papà della bimba, lo descrivono come una persona schiva ma non cattiva. «So che viveva qui a Casabianca perché si era preso cura del papà, che poi è mancato. Ma non lo vedevo da tempo, dal funerale del padre. Era un bravo ragazzo, me lo ricordo ai tempi della scuola. Poi è andato al liceo e le nostre strade si sono divise. Non frequentava la vita del paese, questo no. La bimba non l’ho mai vista. Avevo sentito dire che avesse una figlia, ma erano solo voci. Mi dispiace molto per questa situazione, per la bambina ma anche per lui», racconta un residente.

Sono in molti, a Casabianca, a dire di non aver più visto l’uomo, tanto meno la bambina. Nemmeno chi abita nella sua stessa via, a poche centinaia di metri dalla sua casa, aveva notizie recenti. «Qualche volta lo vedevo passare in auto, ma della bimba nemmeno l’ombra», riferisce un vicino.

Ad aver visto la piccola, quando era ancora in fasce, è stato don Patrice, parroco del paese. «L’uomo era venuto da me per prenotare la Messa per l’anniversario della morte del padre. Con sé aveva questa bambina che io non ho mai battezzato. Quando l’ho visto gli ho chiesto quanti mesi avesse e dove fosse la mamma. Lui mi ha fatto intendere che fosse a casa. Da quello che avevo capito, la bambina era anche registrata all’anagrafe. Poi non ho approfondito. Ora prego per questa bambina, che comunque è fortunata perché avrà una casa, potrà andare a scuola e vivere come gli altri bambini. Ma a Casabianca tutti sapevano e ognuno si faceva i fatti propri: non si reagisce mai di fronte a nulla».

Una donna, poco più giovane di lui e residente nella frazione, aggiunge: «Non lo vedevamo mai. L’ho incontrato una sola volta, al funerale del padre, e non l’avevo nemmeno riconosciuto. Ho sempre sentito dire che fosse diventato papà, ma nessuno parlava della madre: si diceva soltanto che fosse dell’Est. Era una famiglia chiusa, non parlavano con nessuno».

Sulla vicenda interviene anche Rossella Santoiemma, vicesindaco di Verolengo con delega al sociale: «Tutte le persone coinvolte in questa vicenda stanno lavorando nel miglior modo possibile. Mi affido a chi fa questo di mestiere e ha deciso di procedere con l’allontanamento della bambina. Noi come Comune non siamo stati coinvolti, i servizi sociali non sono tenuti a informare il Comune. Sono certa che stiano facendo il meglio per questa bimba».

C’è chi ricorda tensioni con alcuni vicini di casa, ma preferisce non raccontare nulla e non rilasciare dichiarazioni.
Intanto, nella piccola comunità così come a Verolengo, restano incredulità e domande senza risposta su una storia che ha scosso nel profondo l’intera frazione. Ora c’è solo il desiderio che la bimba cresca serena.

La parola dell’esperta

Sulla vicenda abbiamo chiesto anche un opinione alla professionista Daria Picco che spiega: «La mancanza di una figura di riferimento costante sin dalla nascita, che funga da “porto sicuro”, rischia di innescare una serie di disturbi dell’attaccamento. In assenza di qualcuno che si prenda cura del bambino in modo continuativo, la visione del sé non riesce a svilupparsi in modo integrato, risultando invece molto frammentata.

Il continuo cambiamento di ambiente e le situazioni di incuria, in cui i bisogni del bambino non vengono visti dall’adulto, portano il piccolo a smettere di manifestare le proprie necessità. In una situazione sana, il pianto del bambino riceve conferma dall’adulto (ad esempio tramite il latte), aiutandolo a costruire un “pezzo di mente integrato”; al contrario, se le richieste non vengono accontentate, il bambino smette di effettuarle. L’assenza di qualcuno che fornisca cure in modo univoco e costante inficia la forma del legame di attaccamento e condiziona pesantemente tutte le relazioni future dell’essere umano.

Sebbene il trasferimento in un nuovo luogo possa offrire un nuovo punto di riferimento, la condizione di attesa di un affido comporta un continuo cambiamento delle figure di riferimento. Poiché la bambina è molto piccola, questa ambivalenza relazionale tende a essere riportata da una situazione all’altra. Il compito delle figure che la prenderanno in carico sarà quello di riuscire a integrare tutte le necessità della bambina.

La comunità deve offrire una rete di supporto stabile, mettendo a disposizione dei “pilastri” a cui la persona sappia di potersi affidare e rifugiare nei momenti di difficoltà. Questo sostegno allo sviluppo può realizzarsi concretamente attraverso l’inserimento in un contesto scolastico per favorire la socializzazione e garantendo accudimenti adeguati alla situazione. L’obiettivo della comunità deve essere quello di fungere da “contenitore” e aiuto, evitando che la bambina venga abbandonata al proprio destino».