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Guardia giurata uccide la moglie a colpi di pistola al culmine di una lite

L'uomo, una guardia giurata di 50 anni, è stato già arrestato.

Guardia giurata uccide la moglie a colpi di pistola al culmine di una lite
Cronaca Torino, 08 Maggio 2021 ore 08:22

Dramma a Torino: uccide la moglie a colpi di pistola, al culmine di una lite. L'uomo, una guardia giurata di 50 anni, è stato già arrestato come spiegano i colleghi di PrimaTorino.it.

Uccide la moglie a colpi di pistola

Femminicidio a Torino nel pomeriggio di venerdì 7 maggio 2021. Un uomo di 48 anni, guardia giurata, ha ucciso la moglie, 50 anni, al culmine di una lite. La tragedia è avvenuta in un appartamento di corso Novara 87.

A dare l’allarme sono stati i vicini che hanno uditi il rumore degli spari. I sanitari del 118 e la Polizia hanno raggiunto immediatamente il posto. La donna, al loro arrivo, era ancora viva. E’ poi deceduta durante il trasporto in ospedale ospedale.

Movente passionale

L’uomo è stato già fermato dagli agenti di Polizia. Da una prima ricostruzione avrebbe esploso almeno cinque colpi di pistola. L'arma usata sarebbe quella di ordinanza. Il movente dovrebbe essere passionale.

Le parole di Telefono rosa

Telefono rosa dopo l'ennesima femminicidio dirama questa nota stampa:

Oggi, venerdì 7 maggio 2021, una giornata di sole.  Nel pieno di una assemblea mensile delle volontarie del Telefono Rosa Piemonte, mentre ci stavamo confrontando sulle donne uccise dai partner e sulla sorte dei loro figli, è arrivata la notizia dell’ennesimo femminicidio, a Torino.

Per tutte noi è sempre un grande dolore, anche non conoscendo la donna uccisa.

Non sappiamo nulla della vita coniugale di Angela. Leggiamo però che era una donna ancora giovane, che dopo molti anni aveva manifestato la volontà di scegliere pacatamente un futuro diverso, rivendicando legittimamente la libertà di esistere come donna, come madre e come nonna, ma non più come moglie.  Ogni giorno si spezzano legami coniugali o sentimentali: ma sono gli uomini che uccidono le donne. La violenza maschile contro le donne cova come un fuoco sotto la cenere, e come il fuoco distrugge.  A volte è manifesta,  e precede vistosamente il gesto estremo: altre volte è dissimulata, in attesa del momento propizio per colpire.  Riesce difficile immaginare che un uomo che con lucida ferocia tende un agguato mortale alla moglie sul pianerottolo di casa, in una vera e propria esecuzione che non lascia scampo,  abbia mai dato segnali di pericolosità. E’ lecito pensare che la scelta di occupare una abitazione nello stesso stabile rispondesse a un progetto di controllo che prelude alla vendetta. E non si dica che è stata una scelta per stare amorevolmente vicino ai figli, quando agli stessi figli viene inferto il dolore più spaventoso e incancellabile che esista: la morte drammatica della madre davanti alla porta di casa, per mano del padre.   Allontanarsi da un partner o ex partner violento non ha alternative: è l’unica strada possibile. Ed è necessario anche riconoscere i segni premonitori. Ma non basta solo insegnare alle donne a difendersi: occorre insegnare agli uomini a non offendere.  L’insegnamento del rispetto, dell’uguaglianza nella differenza è un nutrimento necessario fin dall’infanzia: su questo obiettivo occorre un impegno totale e incondizionato da parte di tutti.   Alle donne deve essere riconosciuta la libertà di scegliere, di dire di no senza rischiare vendette anche mortali.  La sicurezza è fondamentale: in caso di violenza, le armi vanno tolte a chi le possiede, anche se sappiamo bene che non sono gli unici strumenti letali, ma sono i più facili da utilizzare per chi ne è pratico. Occorre anche diffidare di chi, con apparente benevolenza, impone di gravitare comunque vicino allo spazio fisico di una donna che ha scelto di sciogliere un legame non più tollerabile. Perchè il controllo sulla donna alla quale non si vuole concedere il diritto di esistere autonomamente,  facendo comunque sentire, sempre da vicino, la propria continua presenza, è un ingrediente del progetto di toglierle tutto quello che l’allontanamento le ha concesso: la libertà e, con essa, nei casi più drammatici, anche la vita.