Il processo

In fiamme l’auto del Maresciallo: chiesti cinque anni di carcere

La Procura della Repubblica di Vercelli ha chiesto 5 anni di carcere e 4 mila euro di multa per il crescentinese Paolo Dantone

In fiamme l’auto del Maresciallo: chiesti cinque anni di carcere

Nel corso dell’ultima udienza tenutasi presso il Tribunale di Vercelli, Mariaserena Iozzo, Pubblico Ministero della Procura della Repubblica, ha richiesto la condanna a cinque anni di reclusione e quattromila euro di multa per Paolo Dantone, 50 anni, residente a Crescentino. L’accusa verte sull’incendio doloso a scopo estorsivo dell’autovettura di proprietà del Maresciallo Gesualdo Marrapodi, attuale Comandante della Stazione Carabinieri di Crescentino, avvenuto la sera del 27 dicembre 2022.

In fiamme l’auto del Maresciallo: chiesti cinque anni di carcere

Paolo Dantone, difeso dall’Avvocato Antonio Mencobello, ha respinto con veemenza le accuse, con la difesa che ha sostenuto che le prove presentate siano rimaste “mere intuizioni investigative”.

Il Maresciallo Marrapodi, assistito dall’Avvocato Patrizio Cavallone, all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di Vice Comandante ed era riconosciuto, insieme al Brigadiere Massimo Serratì, come il “braccio operativo” della caserma.

L’Architettura Investigativa e le Risultanze Processuali

Il quadro accusatorio, emerso in particolare durante le quasi quattro ore di testimonianza dettagliata di Marrapodi e Serratì, è stato costruito dai Carabinieri del Reparto Operativo di Vercelli.

Il Maresciallo Marrapodi ha ripercorso in aula la dinamica: rientrato dal servizio di pattuglia per la pausa pasto, ha assistito “praticamente in diretta” all’incendio della sua Opel Astra, parcheggiata nel cortile posteriore della Stazione. L’intervento degli estintori di militari e vicini si rivelò inutile, sebbene vennero messe in sicurezza le altre vetture.

L’indagine, che si è avvalsa di intercettazioni ambientali e telefoniche (su diverse auto e su indiziati, tra cui Dantone), avrebbe rilevato il passaggio della Hyundai Tucson dell’imputato nelle vicinanze della caserma la sera dell’evento.

A rafforzare il dolo sono state le intercettazioni di commenti dell’imputato sull’incendio, ritenuti “mirati” in quanto avanzati prima che l’ipotesi dolosa fosse diffusa dagli organi d’informazione.

 Le Minacce e la Tesi del Movente

Le intercettazioni hanno rivelato dialoghi definiti “inequivocabili” che attestano la volontà di vendetta di Dantone nei confronti del Maresciallo e del Brigadiere Serratì. Tali dialoghi includono l’intenzione di bruciare anche l’auto di Serratì in un “sera di nebbia” per causare un danno esteso, data la zona di parcheggio affollata (Piazza Matteotti), e ipotesi di atti di violenza estrema, come “Far venire appoggi da giù con moto e caschi integrali” per sparare (le accuse dicono per mano dello stesso Dantone) a Marrapodi, o l’idea di investirlo con un camion (riferita da un parente intercettato) per rendere la moglie vedova.

Il movente di tale escalation è stato chiarito in aula dall’ex Comandante Provinciale dei Carabinieri, il Colonnello Emanuele Caminada: l’obiettivo di Dantone era far trasferire il Maresciallo Marrapodi, sfruttando i meccanismi di protezione dell’Arma (frequentemente applicati nelle regioni del Sud Italia) a causa delle precedenti indagini condotte da Marrapodi e Serratì su Dantone per furto di attrezzature.

Paolo Dantone è attualmente detenuto in carcere per altri reati

La sentenza definitiva è attesa per il 24 novembre.