Il caso

Legalità, bufera sulle parole del presidente della Consulta

Secondo Ferrentello, meglio non parlare del tema delle infiltrazioni. Dura la critica di Buo, che si è dimessa dalla Consulta

Legalità, bufera sulle parole del presidente della Consulta

«Non spetta a me, né ad altri, sostituirsi alla Magistratura o alle forze dell’ordine» e «Chivasso ha bisogno di attenzione, di controllo e di trasparenza, ma anche di equilibrio e responsabilità nel modo in cui si affrontano temi così delicati».
Sono queste le frasi di Vincenzo Ferrantello, presidente della Consulta della Legalità di Chivasso vicino all’assessore Gianluca Vitale, ad aver scatenato una bufera politica non da poco, dato che quelle parole si possono tradurre in un «Meglio non parlare di queste cose» che fa il paio con il silenzio dell’assessore Vitale.

Legalità, bufera sulle parole del presidente della Consulta

A prendere la parola, invece, è Claudia Buo, consigliere comunale di LiberaMente Democratici e componente della Consulta: «A seguito delle recenti dichiarazioni del presidente della Consulta della Legalità – ultime di una serie di segnali sempre più scoraggianti – che preferisce concentrarsi sulla tutela dello status quo piuttosto che assumersi quel minimo di responsabilità civica e coraggio necessario ad affrontare nel merito le evidenti anomalie che caratterizzano il tessuto economico cittadino, è ormai evidente come la Consulta abbia perso gran parte del suo valore originario di presidio civico e strumento di sensibilizzazione.
Al contrario, appare oggi come un organismo funzionale al sempre più residuale interesse dell’assessore Vitale in tema di legalità, testimoniato anche dal fatto che, di fronte a una questione così rilevante come quella delle infiltrazioni mafiose nel commercio locale, non abbia ritenuto opportuno esprimere nemmeno una parola.
Anche quando a denunciare il fenomeno non è solo chi questa istituzione l’ha fondata, ma anche diverse testate giornalistiche che – in più occasioni e senza infingimenti – hanno sollevato il problema, la risposta resta sempre la stessa: minimizzare, evitare il confronto, non disturbare. Perseguendo un atteggiamento pilatesco, il presidente Ferrantello sceglie un approccio strettamente formale alla legalità, rinunciando a qualsiasi slancio ideale o responsabilità pubblica.
Un conformismo spacciato per prudenza, una cecità istituzionale presentata come equilibrio, una timidezza mascherata da neutralità.
È evidente come la Consulta, nata con l’obiettivo di promuovere consapevolezza e stimolare l’opinione pubblica, si sia progressivamente spostata su posizioni di straordinaria cautela, fino ad assumere un ruolo di silenziamento più che di vigilanza. Il continuo richiamo – pur formalmente corretto – al principio secondo cui “non spetta a noi sostituirci alla magistratura” è diventato un alibi comodo per non esporsi, anche di fronte a fenomeni gravi e sotto gli occhi di tutti.
Per queste ragioni, sono inevitabili le mie dimissioni dalla Consulta della Legalità, ruolo che ho ricoperto in qualità di consigliere comunale di minoranza. La legalità non si difende tacendo, né ripetendo formule svuotate di significato. Si difende riconoscendo i segnali, ponendo domande, assumendosi responsabilità. Quando un’istituzione rinuncia a farlo, smette semplicemente di avere senso».