il caso

«Mia figlia umiliata in classe»: la verità della madre ribalta le accuse della prof

Una denuncia ai Carabinieri riscrive l’aggressione della docente all’alberghiero

«Mia figlia umiliata in classe»: la  verità della madre ribalta le accuse della prof

Il caso che negli ultimi giorni ha scosso profondamente la comunità scolastica (e non) di Chivasso si arricchisce ora di un nuovo capitolo.

Riscritta l’aggressione alla prof

Se la prima ricostruzione dell’episodio avvenuto all’istituto alberghiero «Ubertini» di via Ajma vedeva al centro l’aggressione ai danni di un’insegnante di educazione fisica a seguito di una semplice battuta sulla pigrizia degli studenti, i dettagli emersi dalla denuncia presentata ai Carabinieri di Chivasso dalla madre della studentessa delineano un quadro completamente diverso, che sarebbe stato dettato da una profonda esasperazione e da presunte vessazioni protrattesi nel tempo.
Secondo la versione iniziale della docente, la discussione sarebbe nata da un banale commento sulla partecipazione a una camminata solidale, la «Hope Color» dello scorso mese di maggio, culminata poi nell’irruzione della madre a scuola, tra insulti, minacce e un’aggressione fisica nel corridoio che le avrebbe procurato una lunga prognosi e un forte trauma.
Tuttavia, il verbale di querela presentato dalla donna smentisce radicalmente questa ricostruzione, spostando la scintilla di quanto accaduto su un piano ben più delicato. La studentessa avrebbe infatti spiegato all’insegnante di non poter aderire all’iniziativa per motivi economici, non potendo sostenere la quota di venti euro.

«Mia figlia umiliata in classe»: la verità della madre ribalta le accuse della prof

A quel punto, secondo quanto riportato nella querela (e che sarebbe suffragato dalla testimonianza degli altri studenti) la docente si sarebbe rivolta alla ragazza davanti ai compagni con parole gravemente offensive legate al suo aspetto fisico, dicendole testualmente: «Dovresti camminare, visto che sei cicciona».
Questa al momento presunta umiliazione pubblica ha scatenato la reazione immediata della ragazza, colpita da un forte stato di agitazione e pianto (tanto da uscire dalla classe e correre in dirigenza) che ha spinto la madre a precipitarsi a scuola. L’incontro tra le due donne nell’atrio dell’istituto sarebbe stato estremamente teso. Nel verbale, la madre descrive un confronto ravvicinato con la professoressa che si sarebbe avvicinata gesticolando e chiedendo con tono stizzito: «Che cos’è successo?».
È in quel frangente che si consuma il contatto fisico, che la madre attribuisce a un gesto d’impulso dettato dalla tensione del momento: «In quel momento non sapevo quale potesse essere la sua reazione e, d’istinto, l’ho afferrata con una mano per i capelli».
La donna precisa però che «Non appena l’ho presa per i capelli, la professoressa si è lasciata cadere a terra», aggiungendo che la docente si sarebbe poi rialzata pronunciando le parole: «Chiamiamo i vigili, perché sono comunista».
A dividerle, secondo la ricostruzione della donna, sarebbe stato il vicepreside, mentre ad identificare i protagonisti della vicenda è poi stata una pattuglia della Polizia Locale.
La denuncia smentisce categoricamente le accuse più gravi legate alle prime dichiarazioni della docente. La madre nega con fermezza di aver mai pronunciato minacce come «Ti brucio la casa», respinge l’accusa di aver trascinato la docente lungo il corridoio e definisce del tutto falsa e lesiva anche l’affermazione secondo cui la figlia non avrebbe mai portato le scarpe da ginnastica a lezione nel corso dell’anno.
Ciò che emerge con forza dalle carte è un profondo senso di frustrazione ed esasperazione accumulato dalla famiglia. La madre sostiene infatti che l’episodio non sia stato un fatto isolato, ma il culmine di condotte discriminatorie riprodotte nel tempo, affermando che la docente «Si è più volte rivolta a mia figlia con modalità che ritengo offensive e inappropriate, spesso in presenza degli altri alunni, arrecandole umiliazione e disagio». Una situazione di sofferenza che andrebbe avanti da circa due anni e a cui il padre della ragazza avrebbe invano cercato di porre rimedio chiedendo ripetuti colloqui con la professoressa, rimasti tuttavia sempre privi di riscontro.
Le conseguenze di questo clima, vissuto dalla famiglia come un vero e proprio «mobbing scolastico», avrebbero inciso pesantemente sullo stato psicofisico della ragazza, trasportata lo stesso giorno al pronto soccorso per un attacco di panico e attualmente seguita da uno specialista per superare il forte disagio accumulato. Mentre gli organi competenti sono chiamati a fare luce su una vicenda complessa, resta la drammatica frattura tra due versioni inconciliabili, dove alle lesioni lamentate dalla docente si contrappone il racconto di una famiglia arrivata al punto di rottura dopo anni di presunte vessazioni tra i banchi di scuola.