Droga e ’ndrangheta, due parole che si inseguono in un fiume di denaro che ancora una volta unisce il Piemonte, Brandizzo per essere precisi, e la Calabria, quelle Preserre Vibonesi che rappresentano il regno del clan Maiolo.
E ogni volta che un’indagine scoperchia qualche vaso di Pandora, quelli che si trovano sono nomi o fatti nuovi, nuovi legami con «famiglie» che da paesi distanti più di mille chilometri fanno il bello e il cattivo tempo in un Piemonte (per non dire Chivassese) che ancora crede (sbagliando) di avere gli «anticorpi».
‘Ndrangheta: Calabria-Brandizzo sulle strade del narcotraffico
All’alba di giovedì 26 marzo, gli uomini del Comando Provinciale di Catanzaro e del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (SCICO) della Guardia di Finanza, hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Catanzaro, Gilda Danila Romano, a carico di quindici soggetti accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, con l’aggravante, tra le altre, di aver agito al fine di agevolare l’attività della «locale di Ariola».
La «Aquarium» si è rivelata un’operazione complessa e articolata, coordinata dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Catanzaro, che ha visto il coinvolgimento di Francesco Maiolo, 43 anni, di Acquaro ma residente a Brandizzo (già arrestato nel corso dell’operazione «Habanero» e ora detenuto presso la Casa Circondariale di Ancona), che si è affidato all’avvocato Sandro d’Agostino.
Nel corso delle operazioni di perquisizione, funzionali alla esecuzione delle misure cautelari, sono state utilizzate anche unità cinofile, sia antidroga che «cash dog».
L’indagine della Guardia di Finanza
L’attività investigativa ha documentato l’esistenza e l’operatività di un’organizzazione criminale, facente capo alla ‘ndrina Maiolo di Acquaro (Vibo Valentia), dedita al traffico di sostanze stupefacenti in tutta Italia.
Le indagini, condotte attraverso una minuziosa e complessa attività tecnica di individuazione di smartphone criptati e successiva disamina di una cospicua mole di conversazioni chat crittografate, hanno evidenziato come l’associazione avesse fissato il proprio centro decisionale nella provincia vibonese, da dove, il dominus del sodalizio indagato coordinava tutte le attività, procacciava, senza soluzione di continuità, ingenti quantitativi di narcotico che venivano, poi, consegnati dai corrieri dell’organizzazione principalmente in territorio laziale, piemontese e abruzzese, dove l’organizzazione gestiva un vero e proprio hub utilizzato per il deposito di stupefacenti.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, poi, la cosca non si sarebbe limitata a gestire il traffico di droga, ma avrebbe avuto una «copertura» informativa privilegiata grazie a «infedeli servitori dello Stato».
L’interesse dell’associazione convergeva per lo più nel traffico di sostanza stupefacente del tipo marijuana e cocaina. All’esito delle investigazioni sono stati ricostruiti, complessivamente, numerosi episodi di compravendita e detenzione di sostanze stupefacenti per un quantitativo complessivo di circa 750 chilogrammi di marijuana e undici di cocaina, per un valore di circa 10 milioni di euro.
La “famiglia Pelle”
Secondo Bartolomeo Arena, collaboratore di giustizia di Vibo Valentia, il clan Maiolo non sarebbe di second’ordine: «I fratelli Angelo (considerato il dominus dell’associazione, ndr) e Francesco Maiolo sono figli di persone uccise negli Anni ‘90 e già appartenenti alla locale criminalità organizzata. Sono molto legati alla famiglia di ‘ndrangheta dei Pelle di San Luca, detti Gambazza».
Sarà un caso, ma poche settimane fa, analizzando la relazione semestrale della DIA, scrivevamo che «A Brandizzo, infine, opererebbe un gruppo ’ndranghetista riconducibile alle famiglie Nirta e Pelle di San Luca (RC).
Le indagini hanno fatto luce sull’infiltrazione del sodalizio nell’economia legale torinese per mezzo di aziende operanti nel settore dell’edilizia e dei trasporti, tramite le quali il gruppo si sarebbe aggiudicato indebitamente appalti per lavori di manutenzione del manto autostradale nella Provincia di Torino».