il caso di giusy

Omicidio di Pratoregio, Chivasso ha sete di giustizia

«L’assassino è ancora fra noi».

Omicidio di Pratoregio, Chivasso ha sete di giustizia
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Chivasso ha sete di giustizia. E ha anche paura. Perché quello che si mormora sotto i portici o nel quartiere dove viveva Giusy - la donna brutalmente assassinata a Pratoregio con tre colpi di pistola alla testa - è un’unica frase: «L’assassino è ancora fra noi».

Omicidio di Pratoregio, Chivasso ha sete di giustizia

E il sospetto serpeggia con il rischio di avvelenare amicizie vecchie di anni.
Certamente le indagini stanno procedendo a ritmo serrato. Nessuno sta con le mani in mano. Anzi. Tantissime persone sono già sfilate di fronte alle forze dell’ordine, ma ad oggi l’incastro non c’è ancora stato.

Chi ha conosciuto Giusy e le viveva accanto parla di una lite con uno sconosciuto, c’è poi il giallo delle doppie chiavi, la presunta eredità, quei figli di cui lei cantava nelle sue canzoni. Quelle canzoni in cui narrava sprazzi di una vita che è stata interrotta nel giorno in cui ha compiuto 52 anni.
Chi l’ha attirata in quel luogo «emarginato» di Pratoregio?

Nessuno l’ha mai vista percorrere quel tratto di strada che proprio nell’ora in cui è stata assassinata (piena «pausa pranzo») risulta frequentato da alcuni runner.
Perché ucciderla? Chi poteva odiarla a tal punto? Davvero è solo una brutta storia legata al vile denaro? Punti interrogativi destinati per ora a rimanere tali.

Con la speranza che l’omicidio di Giusy non diventi un «cold case», uno di quei delitti irrisolti che resta per decenni nei cassetti delle Procure.

Gli amici più stretti e i famigliari si sono chiusi nel silenzio. Vani i tentativi di parlare con Angelo, il fratello di Giusy, che anche al funerale, lunedì a Montanaro, è stato protetto dagli amici più stretti, gli stessi che al cimitero lo hanno poi scortato ad un’auto in attesa davanti ad un ingresso secondario per evitare le telecamere.
Non una parola, nemmeno a chi lo abbracciava per porgere le condoglianze, il cappuccio della felpa in testa, come a proteggersi, lo sguardo fisso sulla bara e le mani che si alzavano solo per asciugare le lacrime.

Tante quelle che sono state versate, e tante quelle che lo saranno in attesa della firma sul foglio che aprirà le porte del carcere all’assassino di Giusy.
Già, «Quel maledetto», «Quell’assassino che deve marcire in galera», quel «Criminale che quando uscirà, fosse anche tra cinquant’anni, troverà noi ad aspettarlo».
C’è una intera città che aspetta con ansia quello scintillar di manette, ma non per sete di vendetta, ma di giustizia: «Non riescono ad incastrarlo con le telecamere o i telefoni? E che facciano come han sempre fatto “prima”, non possiamo permettere che quell’assassino sia qui, tra noi».

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