La Giustizia al Contrario

Perché i rapinatori di Roggero rischiano di essere risarciti prima dei morti della Strage di Brandizzo?

Le vittime del lavoro di Brandizzo attendono ancora giustizia e risarcimenti, mentre i familiari dei rapinatori uccisi dal gioielliere Roggero hanno già visto riconoscere cifre enormi. L'analisi di un'ingiustizia tutta italiana.

Perché i rapinatori di Roggero rischiano di essere risarciti prima dei morti della Strage di Brandizzo?

“Caro Direttore, siamo un gruppo di amici e colleghi di Kevin, Michael, Giuseppe, Giuseppe e Saverio. I ragazzi di Brandizzo. Sono passati anni da quella notte maledetta sui binari, da quando le loro vite sono state spezzate da un treno per un difetto di comunicazione e di sicurezza che grida  vendetta. Oggi vi scriviamo perché la rabbia ha superato il dolore. Leggiamo delle sentenze e dei risarcimenti milionari disposti per i familiari dei rapinatori uccisi dal gioielliere Mario Roggero. Persone che erano andate a delinquere, armate. Nel frattempo, per i nostri amici, morti lavorando onestamente per portare il pane a casa, lo Stato e le assicurazioni offrono melina, lungaggini burocratiche e silenzi. È questo il valore del lavoro in Italia? Vale più la vita di chi assalta un negozio di quella di chi ripara una ferrovia?”

Ricevere questa lettera in redazione squarcia il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge la cronaca giudiziaria italiana. C’è un cortocircuito etico e legale nel nostro Paese che non può più essere ignorato, e la denuncia degli amici delle vittime della strage ferroviaria di Brandizzo mette il dito nella piaga più infetta del nostro sistema: l’asimmetria del dolore e, soprattutto, l’asimmetria del risarcimento.

La Giustizia al Contrario: perché i rapinatori di Roggero rischiano di essere risarciti prima dei morti della Strage di Brandizzo?

Da un lato abbiamo la tragedia di Brandizzo: cinque operai travolti e uccisi mentre svolgevano il proprio dovere. Una strage figlia di un sistema di appalti e subappalti, di corse contro il tempo, di “interruzioni concesse a voce” che ha evidenziato falle sistematiche nella sicurezza sul lavoro. Dall’altro lato, la vicenda di Grinzane Cavour, dove il gioielliere Mario Roggero ha inseguito e sparato a tre rapinatori che avevano minacciato la sua famiglia, uccidendone due.

Se la condanna penale di Roggero risponde alle leggi dello Stato sul superamento della legittima difesa, è la velocità e l’entità dei risarcimenti civili a far saltare sulla sedia. Nella sentenza di primo grado, il giudice ha disposto provvisionali immediatamente esecutive per quasi mezzo milione di euro a favore delle famiglie dei rapinatori uccisi.

Per le vittime di Brandizzo, invece, il percorso verso il risarcimento strage di Brandizzo segue i tempi biblici delle perizie tecniche, delle scatole cinesi delle responsabilità aziendali e dei rimpalli tra grandi colossi e ditte subappaltatrici. Una palude burocratica che logora chi resta.

Perché i delinquenti rischiano di essere liquidati prima dei lavoratori?

Il motivo tecnico è tanto algido quanto spietato. Nel caso di un fatto di cronaca come quello del gioielliere Roggero, il colpevole è un singolo individuo con un patrimonio identificabile (o presunto tale) e la dinamica, per quanto drammatica, è circoscritta. La provvisionale scatta subito con la sentenza di condanna.

Nel caso delle morti sul lavoro, specialmente quando sono coinvolte grandi infrastrutture, si aprono maxiprocessi dove i legali delle grandi aziende tendono a dilatare i tempi per dimostrare che l’errore è stato del singolo e non del sistema. Spesso alle famiglie viene offerto un risarcimento immediato ma “al ribasso”, a patto di rinunciare a costituirsi parte civile nel processo penale. Chi resiste per avere verità, vede i soldi congelati per anni. I colossi assicurativi muovono i propri avvocati per ridurre al minimo il danno economico, trattando la vita di cinque operai come una voce di bilancio da ottimizzare.

Il risultato? Chi ha perso un padre, un figlio o un fratello mentre lavorava si ritrova a dover mendicare ciò che gli spetta, mentre lo Stato si dimostra solerte nel garantire che i diritti civili dei parenti di un rapinatore vengano soddisfatti immediatamente.

Un paese che calpesta la dignità del lavoro

Non si tratta di fare del populismo spicciolo, ma di analizzare i fatti con l’esperienza di chi vede i tribunali svuotare di significato l’Articolo 1 della nostra Costituzione. Se la vita di un lavoratore vale meno, in termini di tutele immediate e risarcitorie, rispetto alla gestione di un reato comune, significa che il sistema ha perso la bussola morale.

Chi muore di lavoro in Italia subisce una doppia condanna: la morte fisica e l’oblio burocratico. Le famiglie delle vittime di Brandizzo non chiedono vendetta, chiedono la dignità di non dover combattere una guerra di trincea contro colossi protetti da scudi legali per ottenere ciò che spetta loro di diritto.

È tempo che la politica e la magistratura trovino un canale preferenziale e immediato per il risarcimento strage di Brandizzo e per tutte le vittime del dovere. Fino ad allora, la lettera degli amici di Kevin, Michael, Giuseppe,  Giuseppe e Saverio rimarrà un atto d’accusa impresso nella coscienza di un Paese che sembra aver dimenticato da che parte stare.