Nel dettaglio

Sicurezza, l’affondo di Marta: non è di destra o sinistra

Sulla difesa della legalità e dell'economia sana di Chivasso — le appartenenze contano meno dei fatti

Sicurezza, l’affondo di Marta: non è di destra o sinistra

La consigliera di Forza Italia si lancia in una dura reprimenda contro l’amministrazione comunale che a suo dire  su questo fronte è fin troppo latitante

La teoria delle finestre rotte

Riallacciandosi a un articolo della Nuova Periferia Clara Marta fa un ragionamento partendo dalla convinzione che la legalità non si difende con le parole e la sicurezza non è di destra

Le finestre rotte

“C’è una teoria, nata negli anni Ottanta dagli studi di James Q. Wilson e George Kelling, che ha cambiato il modo in cui le città pensano se stesse. La chiamano la teoria delle finestre rotte.  Dice una cosa semplice: se in un edificio una finestra rotta resta a lungo non riparata, presto ne saranno rotte altre. Non perché quel vetro conti in sé, ma per il messaggio che manda — qui non controlla nessuno, qui si può fare. Il degrado non è mai solo degrado: è un segnale. E i segnali, in una comunità, si leggono in fretta. Voglio essere chiara su come intendo questa teoria, perché è stata spesso piegata a usi che non condivido. Non la leggo in chiave repressiva, non è la scusa per la tolleranza zero, per la militarizzazione degli spazi, per criminalizzare la povertà o il disagio. La leggo in chiave liberale: una comunità che si prende cura di sé, che non lascia marcire i suoi segnali di abbandono, che ripara le sue finestre prima che diventino un invito. Non più polizia dappertutto — più attenzione, più presenza civile, più responsabilità delle istituzioni. La cura, non la paura. E qui arrivo a Chivasso”.

Le finestre che non abbiamo voluto vedere

“Per anni, in questa città, chi ha provato a segnalare le finestre rotte è stato trattato come un allarmista. Chi portava in Consiglio comunale il tema della sicurezza alla stazione, del Movicentro, delle telecamere che non funzionavano, si sentiva rispondere che esagerava, che dipingeva una città che non esisteva, che faceva sciacallaggio sulla paura della gente. Non è la prima volta che lo diciamo. Già nel 2024 si parlava di risse, di blitz delle forze dell’ordine, di allarme sicurezza. E già allora la risposta politica della maggioranza fu la stessa: non affrontare i problemi, ma cambiare il modo di raccontarli. Ricordo ancora, perché ero in aula, le parole pronunciate il 5 ottobre 2024 in Consiglio comunale dal capogruppo del Partito Democratico, Stefano Mazzer: È ora di cambiare registro! Di smetterla di raccontare Chivasso per i suoi piccoli problemi ma piuttosto facciamolo per le sue tante cose positive!..
I suoi piccoli problemi. Le risse, i blitz, l’allarme sicurezza, l’ombra della criminalità organizzata: piccoli problemi da non raccontare. Come se raccontare i problemi fosse il problema. Come se il modo per riparare una finestra fosse smettere di guardarla. Non era una battuta isolata. Era un metodo. In questa consiliatura l’opposizione ha portato in aula decine di iniziative — mozioni, ordini del giorno, interrogazioni — sulla sicurezza urbana e sul degrado: il pattugliamento serale della Polizia municipale, la convocazione urgente delle commissioni dopo le aggressioni delle baby gang, la messa in sicurezza del cavalcavia, il tavolo di crisi in Prefettura, le telecamere. Sono state respinte una dopo l’altra, con la stessa liturgia: minimizzare, rinviare, spostare lo sguardo. «Che volete, la NATO alla stazione?», arrivò a dire il Sindaco. L’ironia come scudo contro la realtà. Rilette oggi — dopo l’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro dello scorso aprile, dopo la gambizzazione di via Paleologi, dopo ciò che le relazioni della DIA scrivono sul nostro territorio — quelle due parole, «narrazione» e «NATO», sono il monumento di un metodo di governo. Non si rispondeva ai problemi: si rispondeva a chi li sollevava”.

Le telecamere che non guardano nessuno

“C’è un dato che riassume meglio di ogni discorso questi anni di incuria, ed è quello sulla videosorveglianza. I numeri forniti dagli stessi uffici comunali parlano di 18 telecamere funzionanti contro 24 non funzionanti nel capoluogo, e di 2 funzionanti contro 35 non funzionanti nelle frazioni. Circa quattro impianti su cinque fuori uso. Telecamere che i cittadini hanno pagato, e che non guardano nessuno. È esattamente la finestra rotta di cui parlavo: non l’assenza di uno strumento, ma la sua presenza inerte. Un occhio spento è peggio di un occhio che non c’è, perché racconta a tutti — a chi delinque per primo — che qui si annuncia e non si mantiene, si inaugura e non si manutiene, si spende e non si controlla.
E qui devo dire una cosa che riguarda il modo in cui questa maggioranza tratta il denaro pubblico. Quando si è discusso in Consiglio comunale del dormitorio pubblico, il capogruppo di Noi per Chivasso, Adriano Pasteris, ha giustamente ricordato che le risorse del Comune sono i soldi dei cittadini e vanno spesi con rigore. Sono d’accordo. Ma il rigore, se è tale, vale sempre e per tutti: vale per un impianto di videosorveglianza pagato con denaro pubblico e lasciato marcire per anni, e vale per i servizi rivolti alle persone fragili. Non può essere invocato solo quando in discussione ci sono i più deboli — quelli che non fanno notizia, non riempiono le piazze e, diciamolo, non portano voti — e sospeso quando la spesa serve a fare annuncio. Sulle politiche sociali di questa Amministrazione, sui risultati concreti prodotti e sulle responsabilità di chi le ha guidate, avrò modo di tornare in un intervento dedicato: meritano un’analisi seria e documentata, non una battuta di passaggio.
Poi è arrivato il 30 giugno 2026. Una gambizzazione in pieno giorno, in via Paleologi, davanti a un circolo, con un ferito legato a vecchie inchieste sulla criminalità organizzata. E i cronisti aggrediti mentre facevano il loro lavoro. Improvvisamente le finestre rotte non si potevano più non vedere. Improvvisamente la maggioranza che per anni aveva chiesto di «parlare delle cose belle» scopriva l’urgenza della legalità”.

Dal vetro rotto al negozio comprato

“Ma attenzione, perché qui la teoria della finestra rotta rivela il suo significato più profondo, e più scomodo. Il degrado urbano — la stazione insicura, il vetro infranto, lo spaccio in un angolo buio — è la finestra che si vede. Ce n’è un’altra, però, che non si vede quasi mai, e che è infinitamente più pericolosa: il negozio comprato con denaro sporco.
Perché è la stessa dinamica. Quando una comunità mostra di non controllare — di non guardare chi rileva le sue attività commerciali, di non chiedersi da dove vengano i capitali che comprano un bar, una sala giochi, un fondo commerciale nel cuore della città — manda esattamente lo stesso segnale della finestra rotta: qui si può fare. E la criminalità organizzata, che di segnali se ne intende, lo legge prima di tutti.
Chivasso questo lo sa nella sua carne. L’operazione Minotauro, il rischio di scioglimento per infiltrazione mafiosa, le inchieste che si sono susseguite fino a oggi. Il denaro della ‘ndrangheta non arriva con la pistola: arriva con il contante, in silenzio, attraverso prestanome dalla fedina pulita, comprando un’attività dopo l’altra. È l’infiltrazione più silenziosa e più devastante, perché non rompe vetri: li sostituisce con vetri nuovi, luccicanti, pagati con soldi che avvelenano l’economia sana e mettono fuori mercato i commercianti onesti.
Ecco perché ho depositato, insieme al cittadino Marco Riva Cambrino una proposta che chiede strumenti amministrativi concreti: un osservatorio comunale sui passaggi di proprietà delle attività commerciali, dati pubblici e aperti sui subentri, uno sportello antiusura, un protocollo con la Prefettura, il riuso sociale dei beni confiscati. Riparare le finestre prima che diventino un invito. Guardare i capitali che comprano, non chi lavora”.

La mozione che ridipinge il vetro

“E qui devo dire, con franchezza, cosa penso della mozione che la maggioranza ha presentato in risposta alla nostra. La rispetto, ma non posso fingere che sia sufficiente. Prende la Consulta della Legalità — che esiste già, che fa un lavoro prezioso di sensibilizzazione e cultura — e le affida «ascolto», «osservazione civica», questionari, un rapporto per il 2027. Parole. Nessuno strumento amministrativo vero, nessuna copertura di bilancio, nessuna data che impegni davvero. Le misure concrete — l’osservatorio, lo sportello antiusura, i beni confiscati — sono rinviate, al punto 9, a un generico «percorso istruttorio» senza scadenze.
È la stessa vecchia logica dei «piccoli problemi» da non raccontare, solo travestita da attività. È ridipingere il vetro invece di ripararlo. La cultura della legalità è indispensabile — l’ho sostenuta e la sosterrò sempre — ma la cultura da sola non incrocia un dato del SUAP, non segnala un’operazione anomala alla Prefettura, non toglie un locale alla disponibilità del capitale criminale. Servono entrambe le cose. Chi le contrappone, o chi usa la cultura come alibi per non fare l’amministrazione, non protegge la città: la lascia con le finestre rotte, sperando che nessuno le guardi”.

Non è una questione di destra o di sinistra

“Mi si permetta un’ultima cosa, che mi sta a cuore più di tutte. Per troppo tempo, in questo Paese, si è raccontato che la sicurezza fosse un tema di destra e la solidarietà un tema di sinistra. È una menzogna che ha fatto danni a entrambe le parti. Chiedere che una città sia sicura, che le sue attività non finiscano in mano alla criminalità, che i suoi commercianti onesti siano protetti dalla concorrenza sleale del denaro sporco, non è né di destra né di sinistra: è la precondizione di ogni libertà. Una comunità insicura non è libera. Un’economia infiltrata non è libera. E i primi a pagare l’insicurezza e l’infiltrazione sono sempre i più deboli, quelli che non possono permettersi di andarsene altrove.
Per questo ho scelto di firmare una proposta insieme a un cittadino che viene da una storia politica lontana dalla mia. Perché su questo — sulla difesa della legalità e dell’economia sana di Chivasso — le appartenenze contano meno dei fatti. E i fatti, oggi, chiedono di riparare le finestre. Tutte. Quella rotta alla stazione e quella, invisibile, del negozio comprato nel silenzio.
Il resto — le parole belle, i percorsi senza data, i rinvii eleganti — lo abbiamo già sentito. E sappiamo dove ci ha portato”.