le indagini

Tentato omicidio di Ilacqua? Solo l’inizio: ecco chi Andrea Ciconte avrebbe voluto uccidere ancora

Dalle carte dell'ordinanza emerge uno scenario criminale choc

Tentato omicidio di Ilacqua? Solo l’inizio: ecco chi Andrea Ciconte avrebbe voluto uccidere ancora
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L’agguato a colpi di pistola consumato in pieno giorno lo scorso 30 giugno in via Paleologi a Chivasso sarebbe stato soltanto il primo atto di una catena di violenza pronta a insanguinare ulteriormente il territorio. Dalle carte dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP del Tribunale di Torino, Claudia Masucci, emerge infatti uno scenario di estrema gravità: mentre i Carabinieri ricostruivano il tentato omicidio ad opera di Andrea Ciconte, di 41 anni, e del padre Gaetano, di 72 anni, il quarantunenne stava già pianificando nei minimi dettagli l’assassinio dell’assistente sociale incaricata di seguire la sua situazione familiare. Le responsabilità penali degli indagati e le relative accuse saranno al vaglio dell’Autorità giudiziaria nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva.

L’agguato di giugno in via Paleologi

L’intera inchiesta prende le mosse dal ferimento di Francesco Ilacqua, noto come «il Cannibale», raggiunto da cinque proiettili calibro 7,65 esplosi a bruciapelo da Andrea Ciconte, rimasto in attesa per quaranta minuti a bordo di una Fiat Punto guidata dal padre Gaetano. Un vero e proprio regolamento di conti maturato all’interno dei codici d’onore e della subcultura della ‘ndrangheta, scattato a quanto pare per punire uno «sgarro» e una presunta mancanza di rispetto. Se l’episodio non si è trasformato in un omicidio consumato, il merito è ascrivibile unicamente a un movimento difensivo d’istinto della vittima e alla tempestività dei soccorsi medici.

La vendetta e le intercettazioni choc di settembre

È tuttavia nel mese di settembre che le microspie posizionate dagli investigatori iniziano a captare elementi da brivido, indirizzati questa volta contro l’assistente sociale che seguiva la difficile vicenda personale dell’indagato. Nel procedimento di separazione in corso presso il Tribunale di Ivrea, le relazioni dei Servizi Sociali avevano documentato atteggiamenti aggressivi, offensivi e minatori di Ciconte nei confronti degli operatori e della professionista in particolare. Episodi talmente gravi da spingere il servizio a sospendere gli incontri, precisando la necessità di proseguire unicamente «alla presenza delle forze dell’ordine». Una decisione che per Ciconte, convinto della presunta «malafede» dell’operatrice, rappresentava un affronto intollerabile da lavare con il sangue.

Il 14 settembre una cimice registra le parole inequivocabili pronunciate da Andrea Ciconte mentre si trova da solo a bordo della propria vettura, in un soliloquio di pura violenza e premeditazione: «Vedi che ti ammazzo. Vedi che ti ammazzo. Io ti ho avvisato. Non mi brucio la libertà per farti un bluff. Vedi che ti ammazzo, lascia stare i miei genitori».

I sopralluoghi e la decisione del GIP

Il giorno successivo, il 15 settembre, le intercettazioni ambientali immortalano padre e figlio mentre pianificano veri e propri sopralluoghi mirati a studiare gli spostamenti, il tipo di vettura e gli orari della donna. Nei dialoghi captati dagli inquirenti, i due analizzano con freddezza metodica le modalità per intercettare l’assistente sociale, tornando a calcolare nel pomeriggio i tempi tecnici necessari al pedinamento.

La scoperta di questa rete di appostamenti e del piano omicida in fase avanzata è risultata determinante per le scelte della Magistratura. Nel valutare le esigenze cautelari, il GIP Claudia Masucci ha sottolineato come l’esplicito proposito di uccidere la professionista dimostrasse una totale assenza di freni inibitori e un’altissima pericolosità sociale. La ferma dichiarazione di Ciconte di non volersi «bruciare la libertà per un bluff» ha convinto il Giudice dell’inidoneità della misura degli arresti domiciliari, poiché l’indagato avrebbe potuto evadere in qualsiasi momento per portare a termine il delitto. Per questa ragione, per Andrea Ciconte si sono spalancate le porte del carcere, unica misura ritenuta idonea a interrompere una scia di sangue già pianificata nei minimi dettagli.