Sono 15 anni, dall’8 giugno del 2011 per essere precisi, che non passa quasi settimana senza che su queste colonne si possano leggere storie di ’ndrangheta.
Se prima arresti e denunce erano considerati «affari loro», col tempo abbiamo imparato a nostre spese che sono «affari di tutti», tanto che fanno quasi tenerezza le parole di chi, ai tempi di «Minotauro» e «Colpo di Coda», parlava di «anticorpi» come se Chivasso e il Chivassese fossero immuni (o solo «scenario») dalla pestilenza della criminalità organizzata calabrese.
Una lunga scia di morte: Chivasso è terra di ’ndrangheta
Ma è sufficiente guardare le nuove serrande che si alzano, o il numero ormai infinito di auto di lusso (Porsche, Maserati, Audi RS e Bmw Serie M) che scorrazzano per le nostre strade (senza che vi sia altrettanta ricchezza, e basta chiedere a chiunque lavori in una banca per averne conferma), per capire che la situazione, dal punto di vista della «legalità» non sia affatto delle migliori.
E così, all’alba di mercoledì 15 aprile, la città ha reagito con nemmeno troppo stupore alla notizia di nuovi arresti, condotti dai Carabinieri del Comando Provinciale di Vibo Valentia che hanno trasformato la Caserma di via XXIV Maggio nel loro quartier generale.
Tra le mani, un provvedimento cautelare emesso dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro, su richiesta della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, nei confronti di quindici persone (di cui cinque già detenute), gravemente indiziate, a vario titolo, di «associazione per delinquere di tipo mafioso», «omicidio», «tentato omicidio», «estorsione aggravata dal metodo mafioso» e «detenzione e porto illegale di armi comuni e da guerra», per le quali è stata emessa la misura della custodia cautelare in carcere.
Gli arrestati
Nel nostro territorio, il provvedimento ha interessato Bruno Lazzaro, nato a Soriano Calabro nel 1988 e residente a Chivasso in via Momo (già noto per vecchi fatti di cronaca), e Rinaldo «Rinaldino» Loielo, nato a Soriano Calabro nel 1995 e Residente a Rondissone in via Sella.
Bruno Lazzaro è uno dei fratelli di quel Salvatore Lazzaro ucciso il 12 aprile 2013 mentre si trovava agli arresti domiciliari nella sua casa di località Fago Savini di Sorianello, in provincia di Vibo Valentia, e il suo nome (accanto a quello di Loielo, di professione «paninaro») compare più volte nelle cronache legate alla cosiddetta «Faida delle Preserre Vibonesi», una scia di sangue che dal 1988 bagna i comuni di Soriano Calabro, Sorianello, Gerocarne, Ariola (frazione di Gerocarne), Pizzoni e Vazzano.
La faida delle Preserre
Le ‘ndrine che si contendono il territorio e che hanno dato vita a questo conflitto trentennale sono quelle dei Loielo contro i Maiolo nella prima fase e contro gli Emanuele nella seconda, staccatisi dai Loielo.
L’operazione di mercoledì scorso ha permesso di delineare la gravità indiziaria circa i mandanti e gli autori di due omicidi, avvenuti appunto nell’ambito della faida tra le ’ndrine Loielo ed Emanuele (entrambe rientranti nella locale dell’Ariola) e, in particolare, dell’omicidio di Antonino Zupo, classe 1981, già affiliato alla ’ndrina Emanuele, avvenuto il 22 settembre del 2012, e del tentato omicidio di Domenico Tassone, classe 1985, anche lui affiliato agli Emanuele, del 25 ottobre di quello stesso anno, in cui rimase accidentalmente ucciso Filippo Ceravolo, del 1993, assolutamente estraneo a contesti di criminalità organizzata ma passeggero del veicolo coinvolto nell’agguato.
E stando alle accuse, Bruno Lazzaro sarebbe stato, con altri, tra i «Partecipi dell’omicidio di Ceravolo e del tentato omicidio di Tassone».
E ancora, gli esiti investigativi acquisiti hanno permesso di ricostruire, sul piano della gravità indiziaria, il tentativo della ’ndrina Loielo di riacquisire il controllo criminale dell’area delle Preserre Vibonesi in cui, dal 2002, era egemone la ‘ndrina facente capo alla famiglia Emanuele a seguito degli omicidi di Giuseppe e Vincenzo Loielo (padre di Rinaldino), esponenti dell’omonima consorteria.
Anche quello di Rinaldino (che qui tutti conoscono per la sua «tranquilla» attività ambulante «Il piccantino di Rino») non era sicuramente un ruolo di secondo piano, dato che secondo gli investigatori avrebbe pianificato di uccidere Giovanni Emmanuele con un commando armato anche di fucili d’assalto AK47.