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il racconto

«Viaggio all’inferno e ritorno: 10 giorni nel reparto Covid»

Alfonso Perfetto: «Un girone dantesco, volevo scappare».

«Viaggio all’inferno e ritorno: 10 giorni nel reparto Covid»
Cronaca Chivasso, 05 Aprile 2021 ore 05:09

«Un girone dantesco, volevo scappare»: Alfonso Perfetto, dieci giorni nell’incubo Covid. Dimesso, non trova parole per ringraziare medici, infermieri e Oss, «I miei angeli». E senza mai nominarlo, attacca Doria.

Covid, il racconto di Perfetto

«Non si toccano gli infermieri, i medici, gli Oss. Guai. Io credo di poter essere la loro voce con un appello, semplice: “Aiutateci: si può fare a meno di un’apericena, ma non della vita”».
Dopo dieci giorni di ricovero nel reparto Covid dell’ospedale di Chivasso, Alfonso Perfetto, consigliere comunale, parla con la cognizione di chi ha toccato con mano il dramma che si vive all’interno dell’ospedale di Chivasso.
E lo fa con la voce rotta dalla commozione per quello che ha vissuto e per la rabbia di chi (per motivi impossibili da capire) lo mette in discussione.
«E’ dura – ci racconta – molto dura. Ho saputo di essere positivo domenica 14 marzo, dopo gli esami al Pronto Soccorso, nonostante il test rapido fatto due giorni prima in farmacia dicesse l’esatto contrario. Stavo male, febbre alta, forte mal di testa, nemmeno la tachipirina ha migliorato le cose.
Domenica mio figlio (che lavora in corsia Covid a Carmagnola) mi ha portato un saturimetro: non arrivavo a 90, così abbiamo chiamato il 112 e dopo pochi minuti sotto casa è arrivata un’ambulanza della Croce Rossa di Montanaro.
Ho salutato tutti pensando di tornare. Mi sono detto: Mi faranno due esami, qualche medicina e subito a casa».
Sono entrato in piedi al Pronto Soccorso, poi il percorso “Covid” l’ho affrontato su una sedia a rotelle.
Quello che ho visto, si vede solo nei film: avevo paura, intorno a me solo gente (mai vista così tanta) che stava male. Un girone dantesco da cui volevo scappare: i medici giravano tra tutti per capire chi fosse grave e chi no, le infermiere che correvano da un letto all’altro per dare soccorso e aiuto, dare le terapie, pulire gli scafandri.
Ho visto uomini e donne anziani, uomini e donne giovani, gente che non superava i 30 anni. Ho visto gente infaticabile.
Speravo, pregavo che mi mandassero a casa. Poi le lastre, gli esami: polmonite bilaterale dovuta al Covid, con scompenso ematico. “Lei non va a casa – mi hanno detto – la ricoveriamo per accertamenti al 5° piano”.
Mentre passavamo nel corridoio vedevo la gente nelle stanze, tra tubi e caschi per l’ossigeno.
Nella mia stanza, ci sono rimasto dieci giorni, ed ho avuto la fortuna di non far aggravare la mia situazione polmonare: ho ancora adesso la polmonite, ci vorrà riposo e tempo».

La prima notte

«La prima notte – prosegue Perfetto – è stata insonne. Ero terrorizzato, solo in una stanza. E’ stata dura fino al mattino, quando alle 5.30 è arrivata la prima infermiera per prendere parametri e fare i prelievi venosi.
In tutto questo tempo oltre al dolore si aggiungeva il crollo psicologico. Non riuscivo a dormire, stavo male, avevo paura. Non mi vergogno: ho 65 anni ma avevo paura.
Quando a casa hai dei famigliari che ti aspettano, temi di non vederli più. Sei solo su di un letto d’ospedale».
«I miei angeli»
«Poi, piano piano, mi sono affidato totalmente “ai miei angeli”, come li chiamavo, medici, infermieri e Oss. Erano sempre vicino ad aiutarmi: non ho mai visto i loro volti, di loro conosco solo gli occhi, l’amore che mettono nella loro professione.
La loro è una missione, pochi riuscirebbero a dare quello che danno. Nessuno gli chiede di andare oltre, ma lo fanno. Per loro non sei un paziente, ma un fratello, un nonno e un amico.
Mi specchiavo nei loro occhi, e quando vedevo la luce, nei loro occhi, stavo bene.
Nei momenti di sconforto un’infermiera mi ha preso la mano nelle sue ripetendo “Dai che non devi avere paura. Non sei solo, ci siamo noi. La febbre si sta abbassando, inizierai a sentirti meno stanco”. Quella voce è stata una medicina enorme per me e per tutti i ricoverati. Ho visto dispensare “amore” a tutti i pazienti».
«Accanto a me c’era un uomo che sta lottando da 100 giorni contro il Covid. Dirò solo il suo nome, Domenico.
Quando ho lasciato la stanza ci siamo salutati e ripromessi che ci rivedremo al bar, seduti a un tavolo della “Fenice”».

La gioia e la rabbia

«Volevo ringraziare tutte queste persone – afferma ancora Perfetto – con frasi non di circostanza: non li conosco, ma spero che incontrandomi mi dicano loro chi sono. Sarò felice di abbracciarli.
Le mia braccia, ora, sono viola. Quando facevano il prelievo arterioso mi ripetevano “Scusa, ti faremo male, sopporta”. Sul polso non riuscivano più, quindi hanno infilato l’ago vicino al gomito: un dolore fortissimo spazzato via solo dalla voglia di guarire. Non aveva importanza, loro mi aiutavano.

Il giorno che sono stato dimesso ho pianto: lasciavo dietro la sofferenza, tornavo a casa.
Volevo chiedere alle infermiere di scoprirsi il volto: li ho chiamati i miei angeli, ma sono gli angeli di tutti e tutti dobbiamo portare loro un grande rispetto.
Volevo ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini: il sindaco Claudio Castello, Claudio Moretti, che durante la visita ai pazienti passava nel corridoio, tutti mi hanno mandato messaggi di solidarietà. E ancora Massimo Corcione, Filippo Novello, la segreteria del Pd, questo ha dimostrato che fuori c’era gente che mi aspettava. Appena potrò uscire andrò in Comune, al secondo piano, ad abbracciare tutti.
Sono felice che mi siano stati vicino: li ringrazierò sempre, sono stati una grande “medicina di fiducia”.
C’è stato un momento, però, in cui sono stato ferito. Credo che il mio sindaco, il sindaco di tutti, il giorno che ha diffuso quel video lo abbia fatto perché riteneva (ed era nel giusto) richiamare la popolazione ad usare le mascherine, a non fare assembramenti, a disinfettarsi. Era ed è il messaggio di chi ha cuore i cittadini.
Mi è spiaciuto che qualcuno abbia estrapolato messaggi diversi, che non condivido e non riesco a capire.
Ho sempre voluto ascoltare la gente, ogni idea anche se diversa dalla mia, ma quello che ho letto su Facebook, come detto, mi ha ferito.
Aver messo in discussione le parole del sindaco, aver pensato che quello che succede in ospedale sia la normalità è bestemmiare.
Non capisco perché lo abbia fatto, forse per tornaconto elettorale.
Ora quella persona deve chiedere scusa al sindaco, ai medici e ai chivassesi perché ancora oggi non si è giustificato per aver messo in discussione quelle parole.
Non si toccano gli operatori sanitari, guai.
Sono orgoglioso del lavoro di mio figlio e delle mie nipoti.
Negli ospedali sono tutti sotto pressione, sono al limite, si danno il cambio tra loro e quando manca qualcuno devono aumentare i loro sforzi. Lasciano fuori dalla porta dell’ospedale i loro problemi ma quando entriamo in ospedale siamo noi la loro famiglia.
E qualcuno se n’è dimenticato».

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