'Ndrangheta

Dall’Aspromonte al Canavese: niente sconti per il boss Alvaro

’Ndrangheta, la Corte di Cassazione «separa» le carriere criminali: la Locale di Chivasso (guidata da Domenico Alvaro) era autonoma

Dall’Aspromonte al Canavese: niente sconti per il boss Alvaro

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine alle richieste giuridiche di Domenico Alvaro, esponente di spicco dell’omonima famiglia di ’ndrangheta, confermando una distinzione netta tra le radici calabresi e l’insediamento criminale nel territorio di Chivasso e Ivrea.

Dall’Aspromonte al Canavese: niente sconti per il boss Alvaro

Con la sentenza n. 8740 del 2026, i giudici (presidente Giuseppe De Marzo e relatore Silvia Mattei) hanno respinto il ricorso che mirava a unificare, sotto il vincolo della continuazione, le condanne accumulate in oltre vent’anni di carriera criminale, dalle montagne dell’Aspromonte al Canavese.

L’ascesa di Alvaro: da «picciotto» a Capo Locale

Il fulcro della vicenda giudiziaria ruota attorno alla figura di Domenico Alvaro (classe 1977), la cui evoluzione criminale segna il passaggio generazionale della cosca. Se nel processo «Prima», relativo a fatti di fine anni ’90 in Calabria, Alvaro figurava come un semplice «picciotto» dedito alla detenzione di armi e munizioni, la sua proiezione al Nord ha cambiato radicalmente il suo status.

Nel territorio di Chivasso-Ivrea, Alvaro ha assunto il ruolo di capo e promotore di una «locale» che, pur essendo un’articolazione della cosca madre di Sinopoli (i cosiddetti «Carne i cani»), operava con una propria fisionomia ben definita.

La «Locale» di Chivasso: un’enclave autonoma

L’ordinanza del Tribunale di Torino, ora blindata dalla Cassazione, descrive la realtà di Chivasso come un’organizzazione dotata di una «radicale diversità territoriale e operativa». Nonostante il padre, Carmine Alvaro (detto «U cupertuni»), rimanesse una figura di riferimento carismatica in Calabria, la cellula piemontese agiva secondo logiche proprie.

A differenza della struttura calabrese, la locale Canavesana era finalizzata in modo specifico alla commissione di truffe, oltre a estorsioni e usura.

La cosca operante nel basso Canavese è stata ritenuta «del tutto autonoma sotto il profilo decisionale e operativo», con la figura del patriarca calabrese ridotta a un ruolo di dispensatore di consigli e consulenze.

Un punto cruciale della sentenza riguarda l’isolamento del gruppo di Chivasso rispetto al narcotraffico della città di Torino (emerso nel processo «Cerbero»). I giudici hanno confermato che i reati di droga commessi nel capoluogo non facevano parte del programma criminoso della locale di Chivasso, che vedeva impegnati soggetti e compagini associative completamente differenti.

Nessun «sconto» per il boss

La strategia della difesa mirava a dimostrare che l’espansione a Chivasso fosse l’esecuzione di un unico, gigantesco piano criminale iniziato in Calabria. Una tesi che, se accolta, avrebbe portato a un ricalcolo al ribasso della pena complessiva.

Tuttavia, gli Ermellini hanno stabilito che non vi è prova di un «disegno unitario». La nascita della cellula di Chivasso è stata considerata un fatto nuovo, frutto di una scelta di vita e di un nuovo patto associativo nato per sfruttare le «opportunità contingenti» offerte dal tessuto economico piemontese.

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, condannando Domenico Alvaro non solo a scontare le pene separate, ma anche al pagamento di tre mila euro alla Cassa delle Ammende, confermando la «locale» di Chivasso come un’entità criminale distinta e ferocemente radicata sul territorio.