La polemica

Dormitorio: «Manca l’onestà intellettuale, si cancella un servizio per fini elettorali»

Giovanni Mastroleo risponde duramente alle dichiarazioni rilasciate dall’assessore Cristina Varetto

Dormitorio: «Manca l’onestà intellettuale, si cancella un servizio  per fini elettorali»

L’intervento dell’assessore al Welfare, Cristina Varetto, sulla delicata questione del dormitorio pubblico aveva sollevato non poche discussioni, delineando la linea dell’amministrazione comunale sul futuro della struttura. Un intervento deciso, che mirava a giustificare la chiusura del servizio attraverso una serie di dati e numeri legati all’utenza e ai costi di gestione. La replica, tuttavia, non si è fatta attendere.

Dormitorio: «Manca l’onestà intellettuale, si cancella un servizio per fini elettorali»

A prendere la parola è Giovanni Mastroleo, storico rappresentante della sinistra locale, che smonta punto per punto le argomentazioni dell’assessore, accusando la giunta di muoversi per puro calcolo politico. Esordisce senza peli sulla lingua, definendo il pezzo precedente come un articolo «dal titolo un po’ minaccioso». Secondo l’esponente della sinistra, di fronte all’affare dormitorio l’amministrazione avrebbe dovuto muoversi con un briciolo di trasparenza in più. «Nello spiegare una scelta bisogna farlo con il massimo di “onestà” intellettuale. Bisognerebbe dire, senza troppi giri di parole, che il dormitorio è un servizio che semplicemente non è ritenuto utile alla città e a questa amministrazione. Evidentemente, il “vil denaro” speso per quel servizio si preferisce usarlo per cose più aggrazianti e di sicuro impatto elettorale».

“Confusione tra due fenomeni sociali”

Il fulcro della critica di Mastroleo si sposta poi sulla gestione tecnica e concettuale della vicenda. Accusa l’assessore di fare un’enorme e strumentale confusione tra due fenomeni sociali profondamente diversi: il rifugio per i senza fissa dimora e le emergenze abitative croniche. Per fare chiarezza utilizza provocatoriamente un termine forte: «I “barboni” per loro stessa definizione non hanno fissa dimora e il più delle volte i loro documenti registrano residenze inesistenti».

Mastroleo ricorda come il dormitorio sia nato proprio per rispondere ai bisogni primari di queste persone, offrendo un rifugio notturno soprattutto durante la stagione invernale. Una scelta che, all’epoca, aveva anche una ricaduta pratica sulla sicurezza e il decoro della città: la struttura era nata infatti per decongestionare il pronto soccorso e i locali della stazione ferroviaria, spesso occupati di notte proprio da chi non aveva un tetto, creando disagi ai cittadini. Fa un passaggio sulla complessa storia istituzionale che portò alla nascita del servizio. Mastroleo spiega che la scelta dei locali all’interno della struttura del CISS (Consorzio Intercomunale Servizi Sociali) fu il frutto di un preciso compromesso con l’ASL, la quale aveva necessità di utilizzare i locali di via Marconi — comproprietà tra Comune e ASL — inizialmente pensati per il dormitorio. Se da un lato viene ammesso che il CISS sia sempre stato mal disposto nell’uso di quegli spazi, Mastroleo sottolinea la differenza politica con il presente: «All’epoca il Comune di Chivasso aveva più voce in capitolo all’interno del Consorzio e forse vi era anche una maggiore sensibilità sull’argomento. Non dimentichiamo che il Comune di Chivasso rappresenta la maggioranza relativa all’interno del CISS; sicuramente, partendo da quella posizione di forza, si poteva e si doveva interloquire meglio con l’Ente alla ricerca di una soluzione alternativa, prima di procedere alla chiusura definitiva».

Emergenza abitativa

L’emergenza abitativa, conclude sul punto Mastroleo, è un altro capitolo dell’intervento sociale che riguarda residenti rimasti senza casa, sfrattati o con altre problematiche, e non va assolutamente confusa con la povertà estrema dei clochard. «Si elimina il problema invece di risolverlo» Lancia, infine, una dura stoccata sui dati presentati dall’assessorato al Welfare per giustificare il provvedimento. Secondo l’esponente della sinistra, sbandierare i numeri per legittimare la chiusura della struttura significa fare un torto all’intelligenza di tutti coloro che, in passato, hanno creduto e sostenuto la necessità di un servizio di civiltà come il dormitorio. Conclude: «Certo, si poteva fare meglio e si potevano creare più iniziative intorno a questo servizio per socializzare con persone che vivono ai margini. Ma chiudendo questo spazio si elimina semplicemente il “problema” alla vista, invece di aiutare a far sì che anche da senza fissa dimora si possa continuare a vivere con un minimo di dignità».