Il Piemonte, ormai è noto, non è più terra di «infiltrazione» mafiosa, ma di «insediamento».
E se esiste un epicentro che simboleggia perfettamente il trapianto delle strutture criminali calabresi nel tessuto produttivo del Nord, quel luogo è Chivasso.
«Affari di famiglia»: quattro clan si spartiscono Chivasso
Qui, il «Locale», l’unità di misura della ‘Ndrangheta (e non abbiamo mai nascosto che fino al 2011, con la «Minotauro», quasi tutti sentendo quella parola pensassero a bar e ristoranti frequentati da personaggi «di dubbia moralità») ha operato per decenni come uno Stato parallelo, forte di una genealogia criminale che affonda le radici nei clan più potenti della Calabria.
Le Famiglie
Come confermato dall’ultima relazione della DIA, il Locale di Chivasso non è un’entità monolitica, ma un’articolazione complessa che ha saputo far convivere interessi di casate diverse, ognuna con un compito specifico.
E così (anche se ribadiamo che non basta portare quel cognome per essere coinvolti in fatti di mafia) nelle carte troviamo i Gioffrè – Santaiti (Seminara), i Pesce – Bellocco (Rosarno), i Serraino (Reggio Calabria/Cardeto), e i Tassone (Nardodipace).
Allargando un po’ i confini, operano il locale di Volpiano, originato dai Barbaro di Platì (RC) e da alcuni affiliati al cartello Trimboli – Marando – Agresta di Platì (RC), e il locale di Livorno Ferraris, prima struttura di ’ndrangheta individuata al di fuori della provincia di Torino, con l’operazione «Colpo di coda» del 2012. L’operazione «Alto Piemonte» del 2016 ha poi svelato l’esistenza del locale di Santhià che, così come quello di Livorno Ferraris, risulta espressione piemontese dei Raso – Gullace – Albanese di Cittanova (RC).
Tornando a Chivasso, non si può dimenticare l’interesse della cosca Alvaro di Sinopoli a prendere «possesso» del territorio dopo il vuoto di potere seguito agli arresti di «Minotauro» e «Colpo di Coda».
A Brandizzo, infine, opererebbe un gruppo ’ndranghetista riconducibile alle famiglie Nirta e Pelle di San Luca (RC). Le indagini hanno fatto luce sull’infiltrazione del sodalizio nell’economia legale torinese per mezzo di aziende operanti nel settore dell’edilizia e dei trasporti, tramite le quali il gruppo si sarebbe aggiudicato indebitamente appalti per lavori di manutenzione del manto autostradale nella Provincia di Torino.

Le Operazioni che hanno svelato il sistema
Due i momenti giudiziari che hanno segnato la storia di questo territorio.
La «Minotauro» (giugno 2011) è la più grande operazione contro la ‘Ndrangheta al Nord. Ha cristallizzato l’esistenza di una struttura gerarchica (con le varie «Doti») e ha provato che il Piemonte è diviso in «locali» che rispondono direttamente alla Calabria.
La successiva e collegata «Colpo di Coda» (ottobre 2012), ha colpito specificamente l’articolazione di Chivasso, portando alla luce i legami tra criminalità organizzata e politica locale, con l’arresto di esponenti di spicco e il quasi commissariamento del Comune di Chivasso, che non si è poi verificato solo grazie alle dimissioni del sindaco.
Politica e malaffare
Tutte le operazioni condotte a Chivasso, e in Piemonte in generale, contro la criminalità organizzata di matrice calabrese hanno dimostrato l’interesse di quest’ultima verso il mondo politico locale, sempre a caccia di consenso anche a costo di stringere patti con il diavolo. Per qualcuno si sono aperte le porte del carcere, altri hanno visto la loro «carriera» finire in un pugno di polvere, altri ancora sono stati graziati mantenendo però un’ombra sulla propria figura che difficilmente potrà mai essere cancellata.
Come hanno dimostrato le migliaia di pagine di intercettazioni, ai boss non interessa che uno sia di destra sinistra o centro, a loro basta che sia funzionale a un sistema fatto di favori. L’importante è trovare un candidato su cui puntare, i voti sono l’ultimo del problema.
L’evoluzione
Oggi, nonostante i colpi inferti dallo Stato, il locale di Chivasso si è evoluto. Dalla violenza si è passati a una «mafia silente». I profitti non vengono più ostentati, ma investiti in società di servizi, logistica e (questo sembra essere il futuro) sanità privata. La domanda che resta aperta per gli inquirenti non è più «Chi sono i mafiosi», ma «Dove sono oggi i capitali accumulati?».